LA JUDAICA DI MESSINA

 

 

  " Noi lasceremo, e per sempre, queste terre dove siamo nati, dove sono nati i nostri padri, dove la nostra nazione ha inteso meno che altrove il dolore dell'esilio ".

Così, secondo W.Galt, si sarebbe lamentato il rabbino Mosè Abbanascia annunciando alla comunità ebraica  di Palermo l'editto d'espulsione dell'intera  popolazione ebrea di Spagna e dei suoi domini, Sicilia compresa. Il 31 marzo 1492 i cattolicissimi re e regina Ferdinando e Isabella posero fine, con un atto di inaudita violenza  e arbitrarietà, alla presenza ebraica che aveva caratterizzato per più di mille anni la popolazione siciliana. Spettò a Don Ferdinando de Acugna, conte di Buendia e vicerè di Sicilia, che in quel periodo risiedeva a Messina, la promulgazione e la successiva applicazione dell'editto, che dava tempo tre mesi alla comunità israelitica per lasciare l'isola, pena la condanna capitale e la perdita dei loro averi. Nel frattempo in linea con la tradizionale rapacità del regio erario ,furono messi sotto sequestro  tutti i loro beni mobili e immobili; così  su iniziativa de Consiglio Generale la Camera Regia  e  la Camera Reginale  incassarono rispettivamente 100.000 e  20.000 fiorini, oltre uno speciale donativo per il vicerè di  5000 fiorini per ottenerne successivamente il dissequestro. ( La comunità di Messina dovette versare all'erario 5.500 fiorini ). Messina fu il luogo prescelto per concentrare tutte le comunità ebraiche siciliane, in attesa della definitiva partenza dalla Sicilia: una volta pagate le somme stabilite per ciascun gruppo, fu loro intimato di lasciare la località di residenza e di raggiungere Messina. Gli ambasciatori delle comunità siciliane arrivarono a Messina dove costituirono un fondo di emergenza che fu depositato nel banco degli ebrei Muxa e Aron Compagna, per essere usato secondo le eventuali necessità: il fondo fu costituito versando un tarì per ogni casa ebraica. L'inviato della città di Palermo, Pier Antonio Imperatore, assieme allo Stratigò e ai Giurati di Messina chiesero inutilmente al vicerè de Acugna una sospensione del termine dei tre mesi .

Al momento dell'espulsione Messina contava 2400 ebrei; precedentemente nel 1453, le famiglie israelite erano 180 ( il tre per  cento della popolazione complessiva ), raccolte nel quartiere del Paraporto, tra il Duomo e il Torrente Portalegni (ancora non deviato dal suo alveo primitivo ) che aveva come asse portante la via della Giudecca  (successivamente divenuta con vari sventramenti via Cardines), che partiva dalla porta sud della città , conosciuta come Porta di Siniscalco, del Gesù o della Giudecca. Il quartiere si trovava fuori le mura quattrocentesche e fu inglobato solo successivamente  dentro le mura nel cinquecento, probabilmente dopo la deviazione del Portalegni  nell’alveo artificiale, che corrisponde all’attuale via T. Cannizzaro. All'archivio di Stato di Messina è conservata, tra le carte delle corporazioni religiose soppresse, una pergamena che documenta l'esistenza nel 1385 di una contrada indicata con il nome di Giudaica.

La più antica notizia documentata con certezza sulla comunità ebraica di Messina risale ai tempi di San Gregorio Magno, Sommo Pontefice, ed è contenuta in una lettera del 594 indirizzata a Cipriano, Diacono e Rettore del patrimonio di San Pietro in Sicilia. A Messina gli ebrei combatterono a fianco dei mussulmani per difendere la città assediata dai normanni nel 1061, ed alcuni di loro vi morirono, come testimonia una lettera di un ebreo tunisino rinvenuta nella Geniza del Cairo, pubblicata dal prof. Goitein. Questo fatto testimonia che la comunità ebraica  era, probabilmente, pienamente integrata nella società dei musulmani di Sicilia.

Successivamente, in epoca normanna (1129), il re Ruggero dispone in un editto che ebrei e cristiani di Messina potessero accedere alle cariche pubbliche purchè non avessero  "parlato malamente della patria ". Ruggero, sfruttando le divisioni tra i musulmani, stabilì di gettare una testa di ponte nel Nord Africa per trarne vantaggi dal punto di vista economico e strategico; così dopo aver conquistato Jerba, successivamente nel 1148, si impadronì di Mahdia, di Susa e di Sfax in Ifriqija (l'attuale Tunisia ).E originario di Mahdia è Abraham Ben Yijù, mercante ebreo che si trasferisce in India, a Mengalore, per i suoi commerci; due suoi fratelli vengono deportati dopo la invasione normanna in Sicilia, come la maggior parte di quella popolazione ebrea. Mubaschir venne a Messina, Yusuf con la moglie e i figli Surur, Shamwal e Moshe a Mazzara del Vallo. Ora noi sappiamo queste notizie della famiglia di Ben Yijù, grazie alle carte ritrovate nella sinagoga di Ben Ezra, a Fustat ( il Cairo ) in Egitto  e studiate dal prof .Goiten. Tra la comunità ebraica di Fustat vigeva l'usanza di conservare tutti i documenti  scritti in cui fosse presente in qualsiasi forma il nome di Dio; così per oltre otto secoli all'interno della sinagoga in delle stanze conosciute con il nome di Geniza furono conservati  documenti di ogni tipo. Tra di loro sono state trovate varie lettere di Ben Yijù,  scritte ai fratelli in Sicilia. Come quella arrivata a Messina nel 1149 per mano di Suliman ibn Satrun al fratello Mubaschir. E una seconda indirizzata al fratello Yusuf in cui propone il matrimonio tra la propria figlia e il nipote Surur.  Il viaggio per l'Egitto di Surur,  accompagnato dal fratello Moshe, inizia con una prima tappa da Mazara a Messina della durata di nove giorni;  il percorso fu compiuto in barca, in cambio di 3\8 di dinaro come tariffa pattuita, fino alla lanterna del faro del porto di Messina. Qui i due fratelli incontrano lo zio Mubaschir (1154 ).

Della comunità  di Messina parla  anche Beniamino di Tudela, ebreo spagnolo, che al tempo di Guglielmo II ( 1171 )ne valuta la consistenza nel numero di 200 famiglie. Al ritorno dal suo viaggio in oriente così scrisse della città e della sua comunità ebraica: "...a Messina , che è l'inizio della Sicilia...abitano circa duecento (famiglie di ) ebrei. E' una terra piena di ogni bene, con giardini e piantagioni. Qui si riunisce la maggioranza dei pellegrini per imbarcarsi per Gerusalemme, perchè è il miglior luogo d'imbarco."

Nei codici municipali di Messina ( Consuetud. Mess. ) si vieta nel 1198, ricalcando sostanzialmente la precedente legge statale normanna, il possesso di schiavi cristiani. Di epoca federiciana abbiamo una lettera spedita da Fustat ( il Cairo ) nel 1210 e si riferisce alla peste del 1203 in cui alcuni parenti dello scrivente morirono. Lui era un ebreo messinese  ed intendeva ritornare in Sicilia e lavorare  come insegnante. Egli aveva iniziato gli studi con suo padre a Messina e li aveva proseguiti con Maimonide  a Fustat e con il famoso giudice ebreo Isahac B. Sasun al Cairo. Chiede un modo per ricevere 20 dinari che vuole investire in mercanzie, da rivendere una volta tornato in Sicilia.

Nella primavera del 1221 Federico II approdò a Messina, dove emanò alcune importanti ordinanze, che ci sono state tramandate dal suo cronista Riccardo di San Germano. Ci sono provvedimenti contro le burle e il gioco d’azzardo, e due leggi che riguardano gli Ebrei e le prostitute, due gruppi marginali che nell’ottica dell’imperatore minacciavano di corrompere la cristianità. Si imponeva loro di essere riconoscibili tramite particolari abiti, diversi tra loro; agli ebrei era imposto di farsi crescere la barba, alle prostitute si faceva divieto di vivere entro le mura della città.

Federico II avendo l'obiettivo di rifondare su basi nuove il sistema monetario del suo regno, ordinava alla zecca di Messina di produrre una nuova moneta d'oro, l'augustale, che riproduceva il profilo dell'imperatore. Del 1239 abbiamo un ordine destinato all'ebreo Gaudio, funzionario della zecca reale di Messina. Il 20 marzo 1262 lo Stratigota di Messina, Guglielmo di Carvineis, invita l’ebreo Burrada a restituire una casa al monastero di San Salvatore.

Dai documenti della Geniza gli ebrei siciliani, e in particolare quelli di Messina, appaiono al centro dei traffici mercantili del mediterraneo esportando corallo e cotone siciliano, cuoio e formaggi; dai porti di Messina e di Siracusa partivano grandi forme di formaggio per Alessandria d' Egitto. In cambio importavano terracotta, riso, indaco e lino ( 1243 ). Nel 1267 si attribuiscono all'arcidiacono di Messina competenze giudiziarie, sottratte precedentemente da Federico II ai suoi predecessori, tra cui giudicare "giudei " e saraceni. Nei documenti raccolti dallo Starabba  ne troviamo uno in cui si dichiara che la Chiesa messinese  è da molto tempo autorizzata a riscuotere la decima della gezia  dalla comunità ebraica di Messina.

Abraham ben Shemuel Abulafia, sostenitore di una cabala profetica e di un movimento messianico, soggiornò a Messina per la maggior parte del periodo tra il 1280 e il 1291; ebreo aragonese, tra il 1279 e il 1283 scrisse diversi testi profetici che sfortunatamente sono andati perduti. I commentari a queste opere, scritti a Messina, invece si sono conservati e sono per noi una ricca fonte di informazioni. Apprendiamo così dal commentario "Sefer Ish 'Adam " i nomi e il numero dei suoi seguaci messinesi: Rabbi Natronay, Rabbi Abraham ben Shalom, Rabbi Nathan ben  Sa 'adiah Hadad, Rabbi Sa 'adiah ben Izahaq Sigilmasi e Rabbi Jacob ben Abraham.

Tutti questi suoi discepoli, fatta eccezione per Rabbi Natronay Tzarfati di probabile origine francese che lui porta con sè, si uniscono a lui, uno dopo l'altro, attratti dal suo insegnamento. A conferma di questa sequenza di adesioni e successivi abbandoni, troviamo un passaggio autobiografico nel suo "Sefer 'Ozar 'Eden Ganuz", il suo più voluminoso libro, redatto a Messina nel 1285, dove dichiara che:"...in questa città in cui mi trovo ora, chiamata Semin o Messina, ho trovato sei persone, e con me ho portato il settimo.....e tutti loro mi hanno lasciato, eccetto uno il primo......Il suo nome è Rabbi Sa 'adiah ben Izahaq Sigilmasi..." A quest'ultimo infatti il libro è dedicato. Tre anni dopo in una intoduzione ad un commentario della Bibbia, Abulafia menziona ancora Rabbi Abraham ben Shalom, Rabbi Nathan ben Sa ' adiah e Rabbi Sa 'adiah Sigilmasi  come suoi seguaci; e ai primi due dedica uno dei suoi più importanti libri "Sefer 'Or ha-Sekel. Nello stesso anno, il 1289, dedica un altro dei suoi scritti ,"Sefer ha-Hesheq, a Rabbi Jacob ben Abraham: da tutto ciò possiamo dedurre che egli alla fine rimase in ottimi rapporti con questi tre suoi discepoli. Abraham Abulafia sempre da Messina annunciò  l’inizio dell’era messianica  che con certezza sarebbe dovuta iniziare nel 1290.    

Nel 1310 Federico II  d’ Aragona, re di Sicilia, emanava a Messina  una serie di disposizioni riguardanti gli ebrei ,in cui si vietava loro di acquistare  e possedere schiavi cristiani ,di esercitare qualsiasi ufficio pubblico, la professione di medico e di farmacista a beneficio di cristiani e di avere persino rapporti  cordiali con essi.

In questo clima d'intolleranza maturavano i progrom contro la comunità ebraica, come quello accaduto a Messina nel 1347, che prese a pretesto la falsa accusa di omicidio rituale di un bambino cristiano e portò anche a delle condanne a morte (alcuni ebrei furono decapitati e le loro teste vennero esposte pubblicamente ); nella facciata del Duomo fu murata una lapide marmorea - tuttora esistente nello stesso posto - recante l'iscrizione : " Signum perfidorum iudeorum ". Episodi simili nel pretesto e nelle modalità, accompagnati da roghi, saccheggi e rapine, si verificarono in varie località d'Italia nel corso di vari secoli fino all'ultimo accaduto a Badia di Rovigo nel 1855.

Gli ebrei di Messina ebbero diritto a tutti i privilegi, le esenzioni e le franchigie  accordate alla città con un editto del re Federico III e ne godettero fino al 1450, quando questo privilegio fu esteso a tutti gli ebrei siciliani. Tra i privilegi della comunità ebraica messinese c'erano l'abolizione della carica di Supremo Dienchelele (Dayan-kelali o giudice universale degli ebrei, carica istituita nel 1396 e abolita nel 1447 ), il potere dei Proti di Messina di scomunicare i trasgressori della loro legge, prerogativa che altrove avevano solo i rabbini. Gli ebrei messinesi, il sabato giorno sacro al Signore, sono dispensati dai turni di guardia. Sappiamo da un atto del notaio T.de Andriolo, conservato all'Archivio di Stato di Messina, che il 9 luglio 1421 la comunità ebraica di Messina presenta la richiesta di un transunto dell'atto di revoca della carica di Supremo Dienchelele, concesso da re Alfonso il 25 giugno precedente, carica già detenuta da Mosè Medici.

Di contro , pagavano come tutte le altre comunità i tributi della gizia e dell'agostale, prestavano il servizio personale alla regia camera, fornivano in esclusiva lo stendardo per la galea del comandante della flotta reale. A questi contributi  ordinari, spesso, se ne aggiungevano di "straordinari " per la riconferma di vecchi privilegi e la concessione di nuovi o in remissione di più o meno inventate infrazioni commesse dalla comunità. Per questo ultimo motivo nel 1408 essa dovette versare 50 once al regale assolvitore, a cui si aggiunsero le 90 once versate nel 1437 per sostenere la guerra contro il regno di Napoli e 200 once al tempo di re Giovanni nel tentativo di salvarsi da un'ondata persecutoria.

Inoltre nella vita quotidiana subivano un vero e proprio " taglieggio " che veniva alimentato da alcuni divieti a cui dovevano sottostare e che potevano evitare solo dietro versamento di somme di danaro. Così, nel 1465 il vicerè Lop. Ximen Durrea esenta Chanchio Sacerdote di Messina e la sua famiglia dall'obbligo di portare la rotella rossa  sui vestiti, allora segno distintivo dei Giudei,e il 23 ottobre 1484 il presidente del regno G. de Valguarnera dispensa il messinese Muxa Chaninello dallo stesso obbligo. Il 19 gennaio 1476 i vicerè Guglielmo de Peralta e Guglielmo Priodes concedono a Rosa  moglie di Jacob Conti e a due sue figlie, ebree messinesi, di portare il mantello come era di moda allora tra tutte le altre donne. Persino cavalcare una mula con sella e freno era soggetto di " privilegio ",accordato dal vicerè d'Acugna a due fratelli ebrei di Messina. La sinagoga, secondo alcune fonti storiche locali, si trovava nel punto in cui successivamente fu costruita la chiesa dei padri di San Filippo Neri .Ne abbiamo una descrizione  fatta dal dotto Obadià da Bertinoro, che nel 1487 la  visitò  e la descrisse sontuosa e del tutto simile a quella di Palermo: " La loro sinagoga ha forma di esedra, aperta di mezzo e chiusa ai quattro lati; all’interno v’è un pozzo d’acque vive ". Il rabbi Bertinoro osserva che gli abitanti della Giudecca di Messina vivevano mediamente a un livello abbastanza agiato e scrive che "sono più ricchi degli ebrei di Palermo, e si dedicano tutti all'artigianato, eccezion fatta per alcuni commercianti ".Ma il grosso della comunità viveva nella indigenza e nella miseria: "Su centottanta masonate, qual era la popolazione di quella aliama nel 1453, la maggior parte sono povere e miserabili ". Obadyah da Bertinoro ci fornisce inoltre una interessante descrizione di un corteo nuziale ebraico. “Trovandomi a Messina fui presente ad una celebrazione di nozze. Recitate le sette benedizioni fanno uscire la sposa e la conducono a cavallo nella piazza della città; la comitiva va dinanzi a lei a piedi; lo sposo in mezzo agli anziani. Ma essa sola va a cavallo, preceduta da ragazzi, da fanciulli, da bambini aventi in mano fiaccole ardenti e gridanti dinanzi, a squarciagola, da farmi credere che la terra si schiantasse per il loro vociare. Così vanno intorno nei crocicchi e in tutti i luoghi di convegno dei Giudei; i Cristiani assistono ancor essi alla festa con piacere e nessuno apre bocca né fa schiamazzo. “

Al museo  regionale di Messina è conservata una iscrizione in lingua giudeo araba, idioma comunemente parlato e scritto dalle comunità ebraiche di Sicilia, probabilmente collocata all'interno della sinagoga e datata 1450.La scoperta di questo reperto fu dovuta a Gaetano La Corte Cailler nel vecchio monastero di Santa Barbara dopo lo sgombero avvenuto nel luglio del 1901; la lastra era murata in cucina e utilizzata come decorazione di una fontanella e per questo presenta un foro che doveva servire a far  passare un tubo dell’acqua. Un recente studio di B.Rocco così traduce il contenuto  dell'iscrizione, in precedenza già sunteggiato dal prof.Cecil Roth dell'università di Oxford :

 

" Si presentò in giudizio -e usi a lui misericordia ( Dio ) nella sede delle anime -Azaria di Minisci, figlio di Salomone di Minisci. Sono state assegnati per la sua anima tre cafisi di olio, da versare ogni anno alla sinagoga di Taormina, con detto vincolo: ecco verserà Mosè Hasdaj tre cafisi di olio per il suddetto Azaria come censo ogni anno, quando ( sarà )il periodo per i censi ( secondo ) l'uso (o il computo )di Mesiano. E se questa scrittura viene rifiutata dalla sinagoga di Taormina, il censo stabilito torni alla sinagoga di Messina. Questo avvenne nel mese di Tishrì dell'anno1450 ."

 

In questo testo troviamo che sinagoga  vinene indicata sia col termine bet keneset sia con kenisat: la sinagoga di Taormina è indicata prima col termine bet keneset Tabarmin e dopo come kenisat Tabarmin, la sinagoga di Messina è detta solo kenisat Massini.

Fonti ebraiche parlano di più sinagoghe presenti in città, come confermerebbe il Samperi quando parla di una sinagoga, che con il pretesto del succitato episodio del ritrovamento del bambino morto,fu convertita dalla regina Elisabetta in real cappella e dedicata alla Vergine della Candelaia.

La Giudecca di Messina era l'espressione della particolarità municipale della città di Messina; l'ebreo messinese aveva uno status diverso da quello di Palermo, e come tutti gli altri messinesi era rivale dei palermitani, ebrei compresi, e legato ai " privilegi " per cui la città dello Stretto era famosa .La Giudecca di Messina aveva un Comitato per le tasse composto da 9 membri, fatto a immagine e somiglianza di quello analogo dei sudditi cristiani, un Consiglio generale ,che era il suo massimo organo rappresentativo, e il Consiglio dei Proti (nome di origine greco-bizantina) ,che era l'organo esecutivo dell'amministrazione ed era composto da 12 membri. I rabbini messinesi sono gli unici ad essere in contatto con i Gheonim di Babilonia.

Nell'Archivio di Stato di Messina troviamo atti relativi a compravendite, separazioni di beni tra marito e moglie, procure e società: l'ebreo messinese Salomone Gini ratifica, nel 1462, un contratto di compravendita stipulato dal figlio Guglielmo relativo all'acquisto di alcune case nella contrada della Giudajca. Nel 1417 fu costituita una società "mista" tra mercanti ebrei e cristiani, davanti al notaio T. de Andriolo, per effettuare due viaggi via mare a Venezia e in Sardegna. Gli ebrei si chiamavano Giuseppe Zacco e Gaudio. Un documento del 16 gennaio 1287 ci informa su di una società costituita da un ebreo, Syminto iudeo, e un cristiano, Markisius speciarius de Messana, entrambi messinesi per organizzare un viaggio da Palermo a Genova. Syminto dà a Markisius quaranta libbre di moneta genovese, che devono essere restituite otto giorni dopo l'arrivo della nave "Sanctus Iohannes " di Matteo de Thermis "aput Ianuam seu in quocumque loco ipsa navis divertet presenti viagio non mutato". Questo Syminto iudeo compare in altri atti relativi al commercio della seta,delle uve,dell'orzo e degli schiavi. Un ebreo di Nicosia compra 115 libbre di seta, nel 1417, da un altro ebreo di Messina. Segnaliamo, anche una lettera di cambio, datata 1412, trovata tra gli atti del notaio Giacomo Comito dal prof: Ashtor nel 1979. Un contratto nuziale compilato a Caltabellota e arrivato non si sa come a Messina, fu portato dopo la fallita rivolta antispagnola del 1674-78 a Seviglia e ora si trova alla Fondazione Medina-Celi. Nel fondo del monastero di Santa Maria dell'Alto di Messina, troviamo una pergamena del 27 aprile 1245 in cui Pagana vedova di Iohannis de Monomato  dà in gabella una vigna, con annessa casa, a Thomaseo de Bobya per 18 anni per poter pagare dei debiti ereditati dal defunto marito: tra i suoi creditori  ci sono Sigtune iudee per 60 tarì e Amergi iudee per 42 tarì.

La comunità ebraica di Messina aveva al suo interno un consistente numero di medici ( di alcuni conosciamo i nomi: Aron,Vitali Aurifici,Mosè Bonavoglia,David lu medico ), di mercanti, di dotti studiosi (ricordiamo una pregiata edizione della Torah il cui manoscritto di commento al Pentateuco di Mosheh ben Nachman, utilizzati per un’edizione stampata a Napoli nel 1490 curata da Josef Gunzenhauser, fu riveduto e corretto da studiosi messinesi ) e di maestri nell'arte della tessitura (Caronetto Gerardino nel 1490 ottenne la nomina a protomaestro dell'arte di tessere panni di seta e di velluto ).Tra i medici messinesi quello più conosciuto è certamente Mosè de Bonavoglia, medico di corte e diplomatico, che conseguì la laurea in medicina a Padova, una università non-ebrea. Ci sono giunte molte notizie su di lui e la sua famiglia, particolarmente negli anni che vanno dal 1420 al 1455: due documenti li troviamo negli archivi di Messina. Il suo nome ebreo era Mohe Heftz e all'età di 25 anni aveva già finito i suoi studi e conseguito il suo dottorato. Successivamente lo troviamo medico di corte e dei più importanti ebrei di Sicilia; tra i suoi amici si annovera Aaron Abulrabbi, il più importante studioso ebreo siciliano, commentatore biblico e viaggiatore. Sei mesi dopo la sua laurea, il 10 giugno 1420, viene elevato alla più alta carico per un ebreo siciliano, quella di Giudice Universale ( Dajan Kelali ) e ricompensato con uno stipendio di 36 onze; carica che detenne a più riprese, tra nomine e dimissioni, durante i successivi 25 anni. Furono gli ebrei di Messina  a contestare  l’elezione di Mosè Bonavoglia alla suprema carica per nomina regia. Fu medico anche della famiglia Arduth in Aragona e di Elias da Fermo nel ducato di Milano. Passò tre anni in Dalmazia per una missione diplomatica e nel 1431 si fece mediatore presso la corte perchè la comunità ebraica non fosse relegata ai margini della città: naturalmente fu necessario un versamento della solita cospicua somma di danaro.

Anche tra numerosa confraternita degli argentieri troviamo diversi orefici ebrei, che tenevano bottega, come gli altri nella ruga degli argentieri:in un manoscritto di Gaetano La Corte Cailler, frutto delle sue ricerche negli archivi notarili,troviamo alcune notizie su di loro."Anche tra gli Ebrei,numerosi allora in Messina, s'eran dedicati alle arti e, tra gli orefici, appaiono un Isacco Sciavinello, un Elia Marmici ed un Giosuè di Dioniso, mentre sembran originari di Spagna Mosè Catalano e tutta la famiglia di Abramo, Iacopo e Mosè Spagnolo." Abramo il 24 novembre 1432 stipula un atto che lo impegna a costruire un "pede de pomis de lege ad usum Judeorum" per il mercante Salomone, da consegnare per la successiva pasqua ebraica e per la somma pattuita di un tarì grani 12.Giosuè di Dioniso,unitamente a Pietro di Medina, s'impegna a costruire un collare "ismaldatum" su committenza del barone della Scaletta.

Una curiosa notizia riguardo i macellai ebrei la troviamo nel testo in siciliano la "Pandetta di li buchirii di Missina" del 1338 circa, in cui nella parte dedicata a "li buchirii di li Iudei " si parla di carne "tachura" e di carne "tarifa".

 Ma ai mestieri scelti si sovrapponevano quelli imposti, un editto del vicerè F.de Acugna ingiunge allo Straticoto e ai Giudici di Messina di costringere la comunità ebraica "secondo un'antica consuetudine ", a fornire i boia per le esecuzioni capitali, scelti "tra i più vili " tra loro .

Di imposizioni dovettero subirne di varia natura, come quella che proibiva loro di tenere aperte le loro attività durante la celebrazione delle messe o l'imposizione ad assistere ai sermoni in chiesa finalizzati alla loro conversione alla "vera fede". Ma nel giorno del Venerdì Santo l'intolleranza raggiungeva l'apice: frati fanatici aizzavano la folla contro i deicidi e la processione partita da San Nicolò all'Arcivescovado invece di puntare direttamente sul Duomo, veniva deviata con un lungo giro per farla passare dalla strada della giudecca con l'esplicito intento di rinfacciare agli ebrei il loro misfatto. L'autorità viceregia spesso dovette intervenire, accogliendo le proteste della comunità ebraica, per mettere freno alla prevaricazione delle gerarchie ecclesiastiche. A Messina il vicerè de Acugna, il 27 febbraio 1491, scrive al vicario dell'arcivescovo, che si era distinto per il suo zelo fanatico e vessatorio, ricordandogli che "essendo vassallo della Sacra Regia Maestà, ufficiale spirituale e beneficato dalla stessa, non avrebbe dovuto in alcun modo procurare tali inconvenienti ".Ma era già intervenuto il 18 settembre 1482 a causa di pretesi e non dovuti servizi personali e somme di danaro, il 4 marzo 1486 perchè si pretendeva dagli ebrei l'osservanza di festività cristiane arbitrariamente, e il 20 agosto 1478 per ingerenze abusive nella vita interna e nella gestione della giudecca di Messina.

Nel 1479 a Messina fu dato alle stampe, presso lo stampatore Heinrich Alding, l' Epistola di Samuel Fez, il cui testo fu redatto non prima del 1163 da un ebreo convertitosi all'islam, e tradotto nel 1339 da Alfonso Boni Hominis, frate domenicano; l'Epistola si prestava facilmente ad essere usata in funzione antiebraica e offriva spunti per giustificare la persecuzione della comunità ebraica. Secondo un'inventario risalente al 29 agosto 1461,e pubblicato dal Bresc, don Puccio Politi, canonico della cattedrale di Messina, aveva "unu libru in lu quali chi su certi fermenti de li predicacioni et unu tractatu contra iudeos in carta,copertu di coyru russu". Successivamente nel 1467, Iacobo Todisco, arcivescovo di Messina ottiene dal vicerè la facoltà di battezzare forzosamente i figli dei servi giudei. Sempre a Messina nel 1438 solo pagando una forte somma di danaro gli ebrei messinesi furono esentati dall'obbligo di partecipare alle funzioni religiose cristiani nel giorno di Santo Stefano. Nel 1475 ad ogni ebreo di Messina che volesse raggiungere la Terra Santa veniva concesso un salvacondotto dietro il pagamento di 200 onze d'oro.

Un'ultima notizia sulla comunità messinese si riferisce ad un'epidemia di peste che ebbe come focolaio proprio la Contrada della Giudecca  e provocò tra i suoi abitanti circa 400 morti ( 1468 ). Il cimitero ebraico era sito nella contrada  delle Moselle, che secondo il Buonfiglio  era così chiamata perchè " li Giudei  conforme alla legge di Mosè seppellivano in quel tratto i loro morti";partiti gli ebrei la contrada assunse il nome di Terranuova.

Da una lettera datata 10 luglio 1497, cinque anni dopo il provvedimento di espulsione, che il messinese Pietro Sant’Eramo invia al suo concittadino Nicolò Scillacio, residente in Spagna, apprendiamo che il Sant’Eramo aveva ottenuto dalla Corte spagnola dei privilegi relativi alla riscossione di una rendita sui beni della Sinagoga di Messina, privilegi non ancora operativi che il nostro spera  lo diventino grazie all’intervento dello Scillacio presso la Corte di Madrid.

Dove andarono gli ebrei messinesi dopo la loro cacciata dalla Sicilia? Inizialmente alcuni ripararono in Calabria, a Napoli, e a Roma: nell'Archivio di stato di Roma tra gli atti notarili, compaiono, dal 1511 in poi, notizie su ebrei di origine siciliana, e tra questi più frequentemente di quelli provenienti da Palermo, Messina e Lipari. Ma il grosso della comunità approdò a Costantinopoli, insieme con altre comunità siciliane, calabresi e pugliesi: nel quartiere Balat fino al 1667 c'era una sinagoga Messina, che sfortunatamente andò distrutta in un incendio propagatosi nel quartiere Una recente pubblicazione sostiene l’esistenza di una sinagoga Messina  ancora nel 1853 nel medesimo quartiere .Sempre ad Istanbul si ha notizia inoltre di alcuni dotti che portavano il soprannome di Messini. Già alla fine del quattrocento il rabbino Eliah Mizrahi parla di una comunità siciliana organizzata e numerosa. Successivamente nel 1603 e nel 1623, possiamo documentare tre comunità siciliane:

 

                                  anno 1603                    anno 1623

Grande Sicilia            67 capifamiglia             86 capifamiglia

Piccola Sicilia            19  "      "                       92  "      "

Messina                     72  "     "                          4  "       "

 

Una situazione analoga troviamo a Salonicco dove troviamo la comunità divisa in Sicilia e vecchia Sicilia, e dove i figli degli esiliati adattano a poco a poco il rito spagnolo a discapito del mantenimento dell'identità siciliana nel lungo periodo, fino a perdere la memoria. Anche in Edirne ( Adrianopoli )  c'era una comunità siciliana documentata dai censimenti del 1568/9 e del 1570/1 e di cui si hanno testimonianze di contemporanei fino al 1897.

Ma non tutti gli ebrei scelsero la strada dell'esilio; alcuni restarono in Sicilia cedendo alla politica regia  e della Chiesa che dava questa possibilità a chi si fosse convertito al cristianesimo. Queste sollecitazioni ufficiali sottendevano la volontà ipocrita di scaricare comunque sugli ebrei la volontà di restare o meno; ebbe inizio così una forte campagna di proselitismo gestita dalla gerarchia e dal clero del regno.

Sei mesi dopo la partenza degli ultimi espulsi, il vicerè de Acugna in un bando emanato il 13 maggio 1493 affermava che i giudei convertiti erano molti e che ancora altri lo stavano facendo. Nelle nove diocesi siciliane fu incaricato un ecclesiastico col compito di " addotrinare , informare e istruire, come pastore e padre spirituale, tutti i nuovi conversi. " A Messina l'incarico toccò al sacerdote Jacobo Fava, cappellano della chiesa parrocchiale di San Pietro. Ma i "marrani " non risolsero col battesimo i loro problemi; considerati cristiani falsi ed inaffidabili finirono dal 1511 in poi nelle grinfie del Santo Officio sempre alla ricerca di cristiani eretici giudeizzanti da spedire sul rogo La rinnovata persecuzione antiebraica dell'Inquisizione portò 1449 condanne al carcere e 441 neofiti bruciati sul rogo. A Messina tra " combusti " e riconciliati alla Santa Madre Chiesa abbiamo circa 175 casi documentati.  Sfogliando le carte relative ai messinesi troviamo molti cognomi ancora oggi diffusi in città: Barone, Campagna, Costantino, Amato, Balsamo, Marino, Mazza, Romano, Staiti, Bonfiglio, Brigandì, Bruno, Bonanno.......etc. Infatti al momento del battesimo erano normalmente costretti a lasciare il nome originario, per assumere uno di tradizione cristiana, ma generalmente i cognomi furono conservati. Di uno di questi convertiti sappiamo qualcosa: Guglielmo Raimondo Moncada , nato ad Agrigento, che partì da Messina nel 1470 per studiare  " artes " a Roma a spese di alcune città e di alcuni nobili, considerato una personalità straordinaria. Ma sul punto di diventare vescovo, cadde in disgrazia per la frequentazione di certi ambienti intellettuali romani studiosi della cabala.

Secondo gli atti dell'Inquisizione si ha l'impressione che il fenomeno dei conversi fu numericamente consistente; ma molti di loro si convertirono solo in apparenza praticando e tramandando, in clandestinità, di padre in figlio la religione ebraica per almeno un secolo. Tanto ci volle per cancellare dal suolo siciliano ogni traccia della presenza ebraica , ricorrendo alla violenza  e alla persecuzione sistematica e implacabile; come qualcuno ha notato nessuna leggenda, nessuna tradizione popolare, nessun racconto letterario, nessuna opera storica locale ci parlano degli ebrei di Sicilia.

Nel Seminario Arcivescovile di Messina è conservata un'epigrafe funeraria, in lettere ebraiche, con al centro uno stemma che riproduce un leone rampante con stendardo e due stelle; vi è stata portata da mons.Paino , negli anni trenta, che l'avrà acquistata fuori Messina perchè è datata dicembre 1635, anno in cui sicuramente di ebrei in città non ce ne erano da un pezzo.

Abbiamo una traduzione di Piero Capelli :

 

“L’anziano e rispettabilissimo

  signore ( figlio del maestro signor...) Abraham Finzi, 

 di benedetta memoria,

 chiamato all’alto mercoledì 12 Kislev 5396.

 La sua anima sia avvolta nel fascio della vita, “

 

Nella trascrizione sono state rispettate le linee dell’epigrafe: sulla seconda riga l’abbreviazione tradotta come signore può valere anche rabbino. Il nome del padre non è esplicitato forse perché era lo stesso del figlio; l’espressione BMR ( Bem Moreh ha-Rav, figlio del maestro signor o figlio del maestro rabbino ) sta ad indicare il patronimico. Sullo stemma non è possibile dire niente, perché, pur esistendo uno studio di Cecil Roth su “ Stemmi di famiglie ebraiche italiane “ del 1967, non è stato possibile trovarlo nelle biblioteche messinesi.

Esiste anche una traduzione della stessa lapide sepolcrale di B. Rocco, che differisce dalla precedente in due dettagli  che si riferiscono alla data, il 1636 anziché 1635, e al giorno, giovedì contro mercoledì.

Cecil Roth pubblicò un’altra iscrizione , oggi andata perduta, che si riferiva al succitato Mosè di Bonavoglia . L’esistenza della lapide a Messina è documentata da diverse fonti. “ Il primo a segnalarla fu Johann Friedrich Breithaupt nella sua descrizione di Malta ( Francoforte, 1632, p.27 ). Questi riporta però la lettura che ne aveva fatto l’abbate Ignazio Landriano , predicatore di corte del Duca di Mantova. Di questa versione, in latino, si servì L. Zunz per ricostruire il testo ebraico. Sbagliando però quasi tutto. Egli ignorava inoltre che il testo ebraico originale era già stato pubblicato un secolo prima da G. L. Castello, principe di Torremuzza, nel suo Siciliae et objacientium insularum veterum inscriptionum nova collectio “.

Il testo viene così tradotto:

 

Questo portico e l’edificio furono edificati con i fondi

dell’eletto Bonavoglia Mosè di sua grazia

in onore di suo padre che è

nel giardino dell’Eden, il colmo della sua delizia,

il suo nome era Saadiah e si compiacque si suo figlio

nell’anno 5200 dalla creazione del mondo ( 1440 ) la sua costruzione fu terminata.

 

 Sessant'anni prima del  26 agosto 1695,sotto Carlo II, appena 11 giorni dopo la pubblicazione  della concessione reale della Scala Franca, quando "vennero in Messina, con due galere del granduca, tre ebrei mercanti, col cappello foderato in basso color giallo, com'erano contrassegnati; ed essi poi ne chiamarono molti altri da diversi paesi. Così si formò una comunità ebraica in Messina (nuova, dopo la cacciata famosa da parte di Ferdinando il cattolico), alla quale per consiglio dell'architetto Norimberg, fu assegnato a ghetto, rinchiusa tra muraglie, la parte estrema del quartiere di Terranova." Così scrive il Mauceri utilizzando in massima parte  come fonte gli Annali di Caio Domenico Gallo.

Un ' altro tentativo, segnato dall'insuccesso, fu fatto sotto l'Imperatore Carlo VI d'Austria, che prevedeva la facoltà per gli ebrei di commerciare non solo a Messina ma in tutta la Sicilia, e di poter risiedere a Messina. Infine l'ultimo tentativo fu fatto da Carlo III di Borbone e anche questo non ebbe alcun esito nell'isola: a Napoli dove invece diverse famiglie avevano raccolto l'invito fu revocato dopo appena sette anni su pressioni della parte fanatica del clero. Comunque, nel 1741, Rav Ismaele Sanguinetti in visita a Messina parla dell’esistenza di un ufficiale incaricato di reprimere i torti subiti in passato dagli ebrei.

E con le galee con cui, secondo le cronache del tempo, partirono per sempre gli ebrei di Sicilia, andò via anche un pezzo di noi, di quella cultura della tolleranza che faceva convivere la sinagoga accanto alla moschea, il tempio latino con il monastero greco.

Restarono padroni del campo i religiosi fanatici e ignoranti, gli inquisitori feroci e i loro famuli, i baroni rapaci e gli indifferenti  ad alimentare nel tempo la mala pianta dell'antisemitismo, dell'odio per la diversità. In Sicilia come nel resto d'Europa.

A chi pensa che i campi di sterminio nazisti siano un breve e isolato episodio storico, frutto del delirio di un pazzo e dei suoi sanguinari seguaci, estraneo alla cultura e alla tradizione, vogliamo ricordare che i fascismi attinsero a piene mani nelle ideologie tradizionaliste, nei pregiudizi religiosi, negli stereotipi razziali, nelle liturgie logore e nelle simbologie macabre, che hanno rappresentato ieri, e in misura minore oggi, il lato oscuro della civiltà europea.  

                                                                                                                                                                                                          Giuseppe Martino