L'ABBAZIA  DI  ROCCAMADORE

La definitiva conquista normanna della Sicilia, conclusasi con la caduta di Noto nel 1091, iniziò la progressiva radicale trasformazione dell'isola che in varie tappe divenne linguisticamente latina, europea nella cultura e cristiana   romana nella religione. Pur avendo utilizzato per un certo tempo (almeno fino al 1139) i cristiani greci e i loro monasteri, sopravvissuti agli arabi del nord - est dell'isola o provenienti dalla  provincia greca di Calabria, i normanni introdussero l'elemento latino inizialmente attraverso la nuova classe dirigente composta da normanni, franchi, lombardi, che in cambio dei servigi militari ricevettero terre, su cui spesso portarono coloni dai loro luoghi di origine. Sotto Ruggero II l'iniziale tolleranza religiosa, che aveva permesso la convivenza tra arabi, greci, ebrei e latini, andò diminuendo mentre cresceva l'influenza della Francia e di Roma con l'arrivo dei monaci agostiniani, templari, ospitalieri e circestensi. Già sotto Guglielmo I il processo di cristianizzazione fu continuato dai monaci latini che sostituirono rapidamente quelli greci come strumenti di propagazione della cultura: a questo scopo (regnante Guglielmo II) i cluniacensi e i cistercensi accumularono grossi fondi. Dai centri religiosi inizialmente affermatisi in Calabria "dovevano in seguito staccarsi quelle colonie monastiche che stabilitesi in Sicilia contribuirono, almeno indirettamente, allo stesso risultato che in Calabria, dove i monaci sembrano essere stati agenti diretti di latinizzazione". (1) 

L'Ordine Cistercense ebbe origine da una interpretazione rigorista della Regola benedettina, per opera di Roberto di Molesme nel 1098 che a Citeaux (Cistercium) in Francia, fondava un nuovo monastero. Ma l'Ordine Cistercense si affermò prepotentemente con Bernardo di Chiaravalle che, entrato nell'abbazia di Citeaux nel 1112, ne iniziò l'opera di diffusione in Europa: infatti nel 1134 le abbazie cistercensi erano 70, alla fine del XII secolo ben 530 e alla fine del XIII 700.

La prassi con cui i cistercensi fondavano nuove comunità prevedeva uno stadio preliminare, di tipo esplorativo, per esaminare se il luogo prescelto rispondesse ai requisiti che lo rendessero adatto alla futura abbazia. I monaci, poi venivano mandati da un'Abbazia già esistente e numerosa, che diventava la "madre" del nuovo insediamento; tra abbazia "madre" e "figlia"  da quel momento si instaurava un rapporto stretto e duraturo di controllo e di assistenza. Il termine "abbazia ordinata" indicava una congregazione di monaci completa, autosufficiente e pronta a dar vita ad un nuovo monastero in numero di dodici sotto un abate. Dell'invio di monaci cistercensi in Sicilia si parla per la prima volta nella lettera di Bernardo Chiaravalle all'abate Amedeo di Altacomba  (la numero 447); questo monaco doveva incontrare gli inviati siciliani di re Ruggero, invece di Bernardo, che avevano avuto l'incarico di accompagnare in Sicilia la figlia di Teobaldo conte di Champagne, promessa sposa del figlio di re Ruggero. Ai messi del re di Sicilia dovevano unirsi un gruppo di monaci cistercensi che un probabile contrordine di Ruggero per quella volta ne bloccò la partenza (2)

Dell'invio si parla anche nelle lettere 208 e 209, dalle quali di desume che fu Ruggero a chiedere che i cistercensi scendessero in Sicilia facendosi anche carico della loro assistenza e sistemazione. Brunone, fedele discepolo di Bernardo, ricevette una lettera credenziale che gli diede l'incarico di fondare un nuovo stanziamento con monaci venuti dalla Francia. Una terza lettera, la 207, è anch'essa una credenziale per un abate in missione da Ruggero, nell'interesse di un'abbazia già operante nel territorio del regno di Sicilia (3).

Gli studi più recenti identificano però questo primo insediamento cistercense in Calabria, in Val di Crati (Cosenza), con l'Abbazia di S.Maria della Sambucina. La fondazione cistercense siciliana più antica sembra essere invece quella di Santa Maria della Nuara sorta su di un precedente insediamento basiliano, quale filiazione della Sambucina nel 1172 (4).

A Palermo nel 1192 (?) Matteo di Aiello, già cancelliere del regno fece costruire un'abbazia a gloria della Santa Trinità, successivamente conosciuta anche come la "Maggione" affidata ai padri cistercensi dipendente dal Monastero di Santo Spirito dello stesso ordine, fondato da Gualtiero Offamilio nel 1172 (5)

I Cistercensi seguendo la Regola di S. Benedetto furono grandi bonificatori e agricoltori ed ebbero un notevole ruolo nelle vicende dell'economia agraria medioevale. (6) La terra posseduta dai cistercensi proveniva inizialmente da lasciti e successivamente si accresceva per mezzo del denaro; il lavoro dei monaci cistercensi comincia dalla bonifica delle zone paludose, dalla creazione della radura nelle zone selvatiche, dalla definizione dei confini, dalla sistemazione degli appezzamenti e dei terrazzamenti. Il lavoro, vissuto sempre come degradazione, fu accettato dai monaci bianchi come strumento per condividere la vita dei poveri e scongiurare l’ozio. Così il monastero è il coronamento della radura, con i suoi insediamenti e i suoi laboratori: ma, distanti a volte parecchie miglia, sorgono le cosiddette “ grangie “, fattorie gestite da gruppi di conversi sotto la direzione del maestro ( 7 ).

Questa caratteristica si sposava con la tendenza, verso la fine della dominazione normanna, a creare spazi all'agricoltura attraverso "l'attacco alle fiumare, e cioè nell'impegno popolare a sfruttare quanto più largamente gli spazi e le possibilità che offrivano gli irrequieti rivoli avanti di esaurirsi nel mare". (8)

Questa tendenza si manifestò nel Valdemone, sia nella fascia occidentale che orientale, "sotto lo stimolo precipuo della richiesta di derrate che avanzava da Messina" (9) e ne furono centri propulsori le abbazie di diversi ordini religiosi. In particolare, nella zona a sud della città "il prete Scolaro fondò e dotò un monastero dedicato al Salvatore, a Zaffaria l'Arcivescovo di Messina nel 1176 affidò la messa a cultura a quattro uomini venuti dalla Calabria, tra i torrenti Lardaria e Mili la propulsione venne dall' Abbazia di S. Maria" (10) di Mili e, successivamente, tra i torrenti Lardaria e Zaffaria da quella di S.Maria di Roccamadore gestita dai monaci cistercensi.

Questa Abbazia fu fondata e dotata di rendite di Bartolomeo di Luce (de Lucy), conte di Paternò e di Butera, Maestro Giustiziere dell'intera Calabria, e dalla moglie Desiderata, che durante un viaggio aveva fatto il voto di fondare un monastero e di offrirlo ai cistercensi in cambio di una messa ogni anno in suffragio della sua anima quando sarebbe morto (11). E' noto che sotto i normanni furono create solo due grandi contee: una a Siracusa e un'altra che si estendeva da Paternò a Butera, di proprietà del cognato Ruggero I, che essendo originario del nord Italia aveva una particolare autorità sui più importanti insediamenti lombardi dell'isola. "Di quella che era stata la contea degli Aleramici, la parte di Paternò fu assegnata, probabilmente da Enrico IV, a Bartolomeo de Lucy imparentato con gli Altavilla e chiamato durante la reggenza di Costanza e nella minorità di Federico a posti di rilievo nel governo del regno, e ritornò al fisco alla sua morte (1200)" (12).

Un atto notarile (13), redatto dal notaio Ruggero di Paternò, alla presenza dei testimoni Giovanni di Paternò presbitero, Giovanni di Mineo cappellano, Deodato di Nicolao cappellano, Leonardo Chierico vice-arcidiacono di Catania, Roberto di Sant'Anastasia miles, Gerardo di Luce miles e Crispiniano di Maniscalco miles, è in pratica l'atto di donazione e fondazione della Abbazia di Roccamadore (Diploma). Questo documento è ricco di informazioni e pone qualche problema, a cominciare dal fatto che è datato 9 settembre 1193 e non 1197 come invece sta scritto su un elogio in carta pecora già conservato nell'Abbazia di Roccamadore a cui si sono rifatti il Buonfiglio e il Samperi. (14)

A Favore della tesi che la data di fondazione sia da retrocedere sono diversi autori come il White, Bedini e V.M.Amico; quest'ultimo nell'esibire il documento, a sostegno della sua tesi, vi aggiunge un'ulteriore prova citando il privilegio concesso, in data 1195, da Enrico VI Hohenstaufen, imperatore e re di Sicilia, marito di Costanza, figlia postuma di Ruggero II, con lo scioglimento dell'abbazia da qualsiasi onere di carattere tributario e militare.

"Questa donazione, che mostra come Bartolomeo di Lucy fosse un sostenitore della fazione degli Hohenstaufen, venne fatta a Messina più di tredici mesi prima che Enrico VI entrasse in quella città. Il tumulto dell'anno successivo impedì l'effettiva erezione del monastero; ma quando divenne sempre più evidente che Enrico VI avrebbe conquistato la Sicilia, il progetto progredì. Nel settembre 1194, ind. 13, l'arcivescovo Riccardo di Messina concesse a Bartolomeo il permesso di costruire la sua abbazia. A Giacomo, il futuro abate, venne concessa la libera elezione, l'esenzione dal giudizio del tribunale episcopale e vari privilegi minori. Nondimeno, S.Maria di Tremestieri doveva essere soggetta per tutto il resto alla normale giurisdizione episcopale e doveva dare alla Chiesa di Messina quattro candele ogni anno, e pane e vino all'arcivescovo quando questi visitava il monastero.

La conquista di Messina da parte di Enrico VI il mese successivo, la sua entrata a Palermo il 20 novembre e la sua incoronazione ivi il giorno di Natale, mise fine al periodo normanno in Sicilia ed assicurò la prosperità di S.Maria di Roccamadore, i cui possedimenti egli confermò poco tempo dopo." (15)

Una colonia di monaci provenienti da Novara di Sicilia ( S. Maria della Nucaria o La Nuara), la linea di Clairvaux, dovette occupare subito Roccamadore perchè nel su citato diploma imperiale (1195) si parla esplicitamente di monaci che già vi servivano Dio. Le abbazie di Roccamadore e di Novara, come pure quella di S.Maria di Spano a Maniace, erano filiazioni di Casamari (1140) e Sambucina (1160). Le altre abbazie cistercensi siciliane (maschili) furono: S. Maria di Roccadia a Lentini ( 1176 ), S.Maria dell'Arco a Noto (1212), S.Maria di Altofonte a Altofonte (1307), S.Maria di Maniace a Maniace (1296), S.Maria di Spanò a Bronte(1263), S.Spirito (1172) e La Trinità (1192) a Palermo e S. Nicola ad Agrigento.

Una piccola pergamena datata 1507, rinvenuta nella biblioteca Vivacqua, proveniente dall’abbazia della Sambucina si ricava un elenco delle abbazie figlie dal 1157 al 1220, da cui è assente quella di Roccamadore; questo sembrerebbe rafforzare l’ipotesi che fu La Nuara ad essere l’abbazia madre del monastero di Tremestieri, anche se recenti studi di parte cistercense danno questa pergamena come falsa.

<< F.Bernardo fu ordinato abate , per caso, o perché discepolo di S. Ugone di Novara o perché arrivato dalla congregazione florenze in Calabria; che questa congregazione condusse dall’origine, era tenuto in gran stima dall’imperatore Enrico VI, re di Sicilia, a cui predisse la conquista del regno senza sangue, e dal quale ottenne nello stesso anno 50 bisanti d’oro per il suo cenobio, con uno speciale Diploma nella terra di San Marco ( Argentano ) il giorno prima 9 marzo. Ma essendo cresciuto nel tempo il numero dei monaci, sotto le sante leggi, essendosi là aggregati molti da ogni parte, Bartolomeo ( de Luce ) fondatore soccorse il Cenobio con nuovi beni e latifondi, e rinforzò la rendita con nuove donazioni, con diploma scritto, simile a quello ottenuto nell’anno 1193...>>(   16 ) Bartolomeo di Luce concede che l’Abbazia di Roccamadore può fare pascolare un massimo di cento pecore in tenimento Sancti Nichite in Calabria e  dona “ duas gurnas salis de salinis curie “ nel  tenimento del suo castello di San Demetrio. Le abbazie cistercensi erano grandi consumatrici di sale che usavano per la conservazione dei prodotti caseari.

Nello "Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis" del 1232 troviamo conferma dei rapporti tra Roccamadore e La Nuara. "A riguardo l'Abazia di Roccamadore, si da mandato al padre Abate di Nucaria che mandi lì dodici monaci entro la seguente Domenica delle Palme, creandovi l'Abate; il che se non sarà fatto, questo stesso si ordina all'Abate di Matina che sia fatto nella seguente festività di San Giovanni Battista. Che se per caso l'Abate di Matina non l'avrà fatto entro il termine sopraddetto sia fatto questo stesso dall'Abate di Casamari, entro la successiva riunione del Capitolo; così si dispone sia comunicato che l'Abbazia di Roccamadore in perpetuo sia figlia di quell'abate che per primo avrà lì portato il predetto numero di monaci". (17)

Sicuramente il martiriologio del 1197 è redatto nel momento in cui, completata la costruzione, il monastero era già in forte espansione essendo cresciuto il numero  dei monaci al punto da richiedere nuove donazioni che il fondatore stesso elargì al cenobio con un'ulteriore "diploma" scritto, simile al precedente in cui vengono confermate le precedenti elargizioni.

 <<In Narbonensis Galliae Regioni Carsi, mirae devotionis templum, sub nomine D. Mariae Roccae Amatoris ex Ordine Cistercensi visitur. Sumptum quidem nomen a praerupta rupe, in qua est positum: atque a Sancto Amatore, qui ex eiusdem Fundator, ex locorum iuxta positorum, a veneratis anguibus, expurgator extitit, Ad cuius exemplum Dominus Bartholomeus a Lucem Messanensis, Paternionis Comes eisdem nominis, Caenobium Messanae Siciliae ad quartum lapidem extruit, ex illud amplo prouentu dotauit, anno Domini 1197 >>.

Bartolomeo di Luce doveva essere un uomo molto religioso e certo non nuovo a concedere lasciti e benefici a centri monastici; si conoscono suoi lasciti a favore del Monastero di S.Maria di Licodia, del cenobio messinese di S.Gregorio e del Priorato Adernionese di S.Giovanni.

Dall'elogio in carta pecora del 1197 apprendiamo che il nome di Roccamadore è mutuato da un'omonima chiesa sita nella "Gallia Narbonese" che il fondatore S.Amadore dedicò alla Vergine Maria della Rocca, perchè costruita su una rupe scoscesa. Più precisamente si tratta della cittadina di Roc- Amadour en Quercy nella regione del Pèrigord, posta a circa 150 metri al di sopra della gola di un fiume, e meta importante di pellegrinaggi religiosi dal XII secolo. Nel 1166, nei pressi della soglia della cappella della Vergine, vennero riportati alla luce i resti di un uomo ritenuto Sant Amadour.

Subito dopo il rinvenimento delle spoglie del Santo si verificarono dei miracoli che richiamarono numerosi pellegrini, tra essi il re inglese Enrico Plantageneto. (18) Nella Cappella di Notre-Dame di Rocamadour troviamo una statua intagliata in legno nero ( o annerito col tempo ) che rappresenta la Vergine Maria  sul trono con il Bambino Gesù sul ginocchio sinistro; a questa statua furono attribuiti numerosi miracoli, raccolti per iscritto da un notaio cancelliere, che furono raccontati davanti alle folle dei pellegrini  e da questi divulgati in giro per l’Europa, anche nelle versioni cantate dei menestrelli e dei trovatori.

 Nei pressi di Rocamadour si trova l’abbazia cistercense di Obazine, a cui appartengono  il superstite mulino di Cangnaguet, tra i tanti che ne possedeva, e una casa in città anche questa ancora esistente, in stile gotico-cistercense con una bifora parzialmente mutilata.

Il monachesimo cistercense, in origine, fu riformatore nel senso che rinnegava la tradizione se non in quello che l’aveva snaturata: rigettava per questo la signoria della terra, la comodità, le scuole e i rapporti con i villaggi. E' escluso che un borgo, dunque, si formi intorno al monastero che viene costruito in luoghi da eremiti come boschi, terreni paludosi come dovevano essere i terreni tra le fiumare di Larderia e Zafferia a quel tempo; due tipi di beni gli erano indispensabili, l’acqua e la pietra, che il sito sicuramente forniva. Una nostra esplorazione ci ha fatto scoprire l’esistenza di un pozzo sotterraneo, a cui si accede da una galleria, e una attigua sena che sicuramente appartenevano al cenobio. Le due fiumare, poi, abbondano di sassi e macigni.

Il territorio dove sorse l'Abbazia era quello di Tremestieri, una località a circa 6 Km da Messina verso Sud che prenderebbe la sua denominazione da "tre Monasteri" (Monasterium S.M. de Tribus Monasteriis vocatum) o forse dal toponimo di origine greca Tremethousha ( esiste una località amonima nell’isola di Cipro ) ma che prima di allora si chiamava “Al kanays ‘at talat “ ( 19 ).

I beni che il Conte Bartolomeo de Luce donò all’Abbazia di Roccamadore li troviamo elencati nell’atto stesso di fondazione, che così recita:

<<Principalmente in verità le case che si trovano in tenimento di Messina nella parte meridionale, e le  mie vigne che sono tutt’intorno alla stessa chiesa, fabbricata da me con le case innanzidette. Similmente in contrada de Paleario (Pagliara ) la mia vigna sita vicino alla venella e le vie pubbliche, e separatamente la vigna della chiesa di San. Clemente; similmente vicino alla fiumara Camaro e vicino al mulino della chiesa di Santa Maria Maddalena di Valle Giosafat la mia vigna che è detta del Perreno; similmente in contrada di San Filippo il piccolo la mia vigna che ho comprato da Guglielmo de Raimondo; similmente vicino alla fiumara che è detta de Cataratta le mie terre coltivate e incolte con tutti gli alberi domestici e silvestri tra i confini del territorio di Messina e di Paternò. Similmente tra le mura di Messina nella  Rua Grande della stessa città il mio fondaco sito vicino alla casa della chiesa di S.Maria Monialium di Messina tra la venella e le vie pubbliche, fabbricato a mie proprie spese e interessi. Similmente la mia stalla col suo pozzo, che è davanti allo stesso fondaco, vicino alla casa di Raimondo, che sta tra il muro comune e le vinelle pubbliche. Similmente nella stessa Rua Grande le due mie case con casalino, che è in mezzo alle stesse case. Similmente in via San Giuliano   la mia butticellaria (osteria) sita vicino alla casa di Siccarina de Pista tra la venella comune...Similmente nella via dei Fiorentini la mia casa isolata che è davanti casa Zacchi. Similmente in contrada della chiesa di San Lucia le mie case con casalino a loro contiguo. Sempre nel territorio di Messina in contrada Settentrione, ovvero in contrada Massa, le mie terre coltivate e selvatiche vicino alle terre di San Salvatore di Bordonaro. Così tutti questi luoghi, possedimenti e beni miei sopracitati nella città di Messina e nel suo territorio, con proprietà, dominii, diritti.....io Bartolomeo di Luce prenominato, alla chiesa di Roccamadore e al SS. Ordine Cistercense, trasferendoli da me e dai miei eredi, totalmemte ad essi per mezzo del presente privilegio offro, dono e concedo.....>>

Le rendite arrivavano anche dal territorio di Paternò , dove possedeva anche una piscaria situata sulle rive del fiume omonimo, “ in pantano Ruffo “, aveva diritto a “ duas gurnas salis de salinis curie “ e ad un oratorio “ patrimoniale “ a cui afferivano terre e villani nel tenimentum  del suo castello di San Demetrio, a venti barili di tonnina, fustibus et sale preparata, che potevano essere prelevati dalla tonnara di Oliveri, o da qualsiasi altra tonnara siciliana ( 20 ). L’abbazia di Roccamatore sin dalle origini possedeva tre mulini , frequentati anche da molentes  laici estranei al monastero, nonostante lo statuto del Capitolo generale lo vietasse espressamente.

Si ha infatti notizia di una donazione di Bartolomeo di Lucy, confermata dalla regina Costanza, alla abbazia di Roccamadore dei mulini di Ruveto che egli aveva avuto in cambio dalla prioria di S.Leone di Pannacchio nel dicembre 1199. (21) L’anno successivo dona alla chiesa di San Leone, presso Mongibello, un mulino denominato Nuovo, in cambio dell’altro mulino detto di Ruveto, già assegnato alla chiesa di Roccamadore. ( Scritto per manus Rogerii de Messanae, notaio- I Diplomi esistenti nella Biblioteca comunale ai Benedettini-Regesto, Catania 1927 , pag. 44-n.32 - Anno 12oo, dicembre, terza ind. )

Nel maggio del 1221 Federico II è a Catania; a questa sua permanenza dobbiamo il diploma con cui egli restituisce e conferma a Benedetto, abate di Roccamadore i precedenti privilegi.

"Qui è dato un altro privilegio in favore dell'abate di Roccamadore, in quel di Messina, cui sono restituiti e confermati, secondo lo spirito della costituzione di Capua, i privilegi concessi da Bartolomeo di Luce, conte di Paternò, e dal padre Enrico VI: tra gli ultimi è specificamente ricordato quello del 4 ottobre 1193, mediante il quale, alle precedenti, venivano aggiunte anche le donazioni esistenti in tenimentis Milatii, Monfortis, Tauromenii". (22)

La costruzione cistercense, ispirata a criteri di povertà e proiezione di un sogno di perfezione morale, richiedeva tempo e lavoro, e spesso era necessario affiancare  ai monaci e ai conversi anche dei lavoratori salariati, pagati col denaro ricavato dalle elemosine e dalle rendite ottenute dai possedimenti. L’edificio è costruito su di un modulo quadrato, lo stesso della Città di Dio,  presente in tutti i rapporti di proporzioni  sui quali si progettano le varie parti del monastero e più rigorosamente la chiesa; come pure quadrato è il chiostro intorno al quale i monaci passeggiano meditando con il libro in mano. La chiesa ha la centralità della costruzione cistercense e tutte le altra partile sono subordinate; così la chiesa è progettata per ospitare gli altari per le celebrazioni dei monaci coristi, per accogliere la Schola cantorum durante il canto delle ore sette volte al giorno ed una durante la notte. Non è stata progettata per accogliere fedeli estranei, e le sue vie di accesso sono solo con il dormitorio e il chiostro, e due porte laterali una posta a nord per i rari visitatori e una a sud per i conversi; sulla facciata che guarda  ad ovest non vi sono aperture , ad eccezione di alcune finestrelle per far passare la luce. La pianta a croce latina della chiesa è funzionale ai riti che in essa si svolgono, ed ha nel transetto, anch’esso di forma quadrata ed affiancato da cappelle rettangolari coperte da un unico tetto, il suo punto focale; il modello più diffuso di pianta cistercense è quello dell’abbazia di Fontenay, e che K. H. Esser definisce come “ bernardinischer grundtypus “, pianta bernardina, e che troviamo disegnata negli schizzi di Villard de Honnecourt. Questa versione più austera di gotico cistercense ebbe, inoltre, tre navate coperte da volte, prima a crociera, poi su costole ogivali, presbitero a terminazione rettilinea; agli archi rampanti furono preferiti contrafforti e speroni. ( 22 )

Della chiesa di Roccamadore, purtroppo non è rimasto nulla, sappiamo solo che sull'altare maggiore vi era esposta una antichissima immagine della Madonna di fattura bizantina; ed è questa una delle poche notizie che abbiamo riguardo all'edificio e al suo contenuto. (23) Abbiamo cercato di supplire alla grave mancanza di notizie sulla nostra abbazia, ricorrendo sia alla descrizione che ne fa il regio visitatore mons, De Ciocchis, sia analizzando le sopravvivenze architettoniche di altra abbazie cistercensi tuttora esistenti di Sicilia e Calabria  che abbiano avuto qualche rapporto con essa.

 "La Chiesa dell'Abbazia di Roccamadore è molto grande e costruita a forma di croce al di là dell'altare maggiore, è fornita di due altari con proprie cappelle, e ha il corpo, l'organo, sagrestia e torre campanaria." (24) Il Monastero è affiancato da un chiostro con ventotto colonne di pietra e consta anche di due conclavibus o dormitori con le celle dei monaci e ha due orti ad uso dei monaci. Infine il monastero era dotato di una biblioteca ricca di molteplici volumi. Erano conservate nel Sacrario dello stesso Cenobio le reliquie di molti Santi, di cui le più insigni pare fossero: un pezzo del legno della S.Croce, le ossa di S.Lucia Vergine e Martire, di San Blasio, di Sant'Ignazio, e le ossa pelle e sangue di S.Nicola Cosentino, Monaco Cistercense.

 Da questi elementi possiamo ipotizzare che corrispondesse alle tradizioni costruttive e alle forme architettoniche delle  le abbazie cistercensi tuttora esistenti in Italia. A Novara di Sicilia, in contrada Badiavecchia, dell'antico monastero rimane solo la vecchia chiesa di recente restaurata, e quelle che dovevano essere le abitazioni dei monaci; sulla chiesa c'è da dire che è arrivata fino a noi sicuramente mutilata di alcune sue parti, come evidenziano alcune pietre che fuoriescono dall'edificio, e che il vecchio ingresso oggi fa da presbiterio mentre il nuovo è oggi posto nella parte che doveva essere l'abside. Rimangono le poderose arcate ogivali, le finestrelle strombate collocate in alto al soffitto di legno, i contrafforti, una cappella rettangolare affiancata.

I resti della Chiesa di Santa Maria Alemanna, a Messina, sono ciò che rimane dell’unica chiesa del duecento in Sicilia, dai caratteri in prevalenza gotici, nati nell’ambito della cultura architettonica portata dai cistercensi; dell’architettura del periodo svevo, infatti restano oggi solo gli avanzi della Basilica del Murgo a Lentini ( 25 ),rimasta dalle origini incompiuta, che testimoniano l’impianto planimetrico coerentemente cistercense a croce latina del tipo di Fontenay, cioè più canonico nell’adozione del modulo quadrato anche nella parte absidale, e l’architettura militare federiciana di Castel Maniace  a Siracusa del castello di Augusta, di Castel Ursino a Catania e la Torre di Enna. La chiesa di Santa Maria Alemanna fu edificata da maestranze di formazione gotico-cistrecense, così come accadde per altri monumenti crociati in Siria e in Palestina ( per esempio la cattedrale di Tartus), forse provenienti dal nord se si considera la diversità rispetto allo stile locale, o forse presenti già a Messina, gli stessi che edificarono le strutture del convento di Santa Maria di Roccamadore, a Tremestieri. A Federico II è unanimamente attribuita la fondazione a Messina del Priorato e della Chiesa degli Alemanni intorno al 1220, che divennero luogo di concentramento e di passaggio dei cavalieri teutonici che andavano in Terra Santa ( 26 ).

La chiesa di Santa Maria della Valle o Badiazza a Messina, annessa all’attiguo monastero di suore cistercensi, pur provata da alluvioni e terremoti, è giunta a noi sostanzialmente intatta. Questo monumento nella pianta presenta marcate affinità con la Chiesa di S. Spirito di Palermo, che conosciamo come cistercense, come pure alcuni elementi di indubbi influssi gotici: <<così i capitelli a foglie bulbose e le colonne quadrilobe, così le imposte cruciformi e gli archi con archivolto a gradino, così gli arconi .traversi >>( 27 ).  <<Sono degne di nota le finestre sguanciate e molto sviluppate in altezza, che presentano all’esterno una sagoma moderatamente archiacuta mentre sono archirotonde all’interno; contaminazione già osservata nei monumenti svevi e propria anche di quelli cistercensi. Più interessanti ancora le finestre superiori del transetto, di forma rettangolare come in altri esempi cistercensi...>> ( 28 ) gli archi con archivolto a gradino e un portale laterale << con gli archivolti molto semplici, in cui spiccano due sottili tori accostati, nella zona mediana, tra due larghe ghiere lisce >>sono motivi che ritroviamo nell’abbazia di Casamari.

Anche la chiesa di San Francesco d’Assisi di Messina presenta nella sua struttura e nel suo impianto decisi elementi gotici; i contrafforti uniti da arcate, le volte a spicchi delle absidi, il soffitto ligneo.

L’abbazia della Matina ( 1180 ), a San Marco Argentano, pur essendo stata privata della chiesa e trasformata quasi completamente, presenta delle case coloniche abitate al primo piano e magazzini al pianterreno, e le stalle, adiacenti il vecchio chiostro, disposte in due stecche: tali rifacimenti sono stati operati utilizzando materiali e laterizi presi dalle mura e dalla chiesa oggi non più esistente ma che doveva essere adiacente il chiostro. Rimane la bellissima Aula Capitolare perfettamente simile a quella dell’abbazia di Casamari: l’aula posta nel corpo centrale della fabbrica è costituita da due colonne a fascio inanellate, di pregevole fattura. L’ingresso esterno, che in origine portava nell’aula, è stato chiuso con un muro di riempimento, al suo posto è stato attivato l’ingresso principale, più basso e più piccolo posto tra due grandi finestroni a metà  dell’aula. Accanto all’Aula Capitolare vi è l’androne, costituito da due aperture che danno rispettivamente una sul cortile d’ingresso dell’abbazia e l’altra sul chiostro, e da quattro aperture laterali. La prima porta tramite una scala al piano superiore, la seconda, sulla stessa parete, si affaccia in una stanza di forma particolare, caratterizzata da una volta a botte inclinata e che si restringe a cono smussato verso il basso, la terza che si immette nell’antico refettorio, molto grande, diviso in due ambienti da tre archi a tutto sesto e utilizzato oggi come magazzino e infine dalla quarta che porta ad una abitazione costruita sopra il refettorio.

Dell’abbazia della Sambucina ( 1160 ) presso Cosenza, pur essendo stata danneggiata da un terrremoto prima e da un’alluvione poi, è possibile leggere la pianta della chiesa <<a tre navate coperte da volte a botte acuta; il sistema dei pilastri era formato da massicci pilastri rettangolari. La chiesa aveva un transetto e all’incrocio si elevava una torre. L’edificio era chiuso ad oriente da un coro rettangolare ad un’unica navata coperta da una volta a botte acuta. Sul transetto si aprivano cappelle. La fronte era preceduta da un portico di cui restano le tracce più evidenti nei robusti pilastri a muro. La chiesa aveva perciò un tipico piano cistercense.

Attualmente l’edificio medioevale è molto mutilo; la fronte è stata arretrata all’altezza dei piloni antecedenti quelli dell’incrocio, che sono gli unici supporti della navata; in essa è stato introdotto il grande portale antico. Rimangono in piedi la campata d’incrocio, il braccio settentrionale del transetto con le relative cappelle e il coro.>> ( 29 ) Brunone, fu l’architetto mandato da San Bernardo a dirigere i lavori di edificazione dell’abbazia della Sambucina, come ci informa l’ Epistola ad Rogerium regem Siciliae ( N.209 ), ed a questo manufatto viene attribuita la funzione di irradiazione dell’architettura cistercense in Italia meridionale.

I monaci cistercensi associavano ufficio divino e lettura spirituale con il lavoro manuale, in cui venivano affiancati da conversi laici; la Abbazie erano autonome ed esprimevano inizialmente il proprio Abate, pur rimanendo sotto la sorveglianza dell'Abbazia fondatrice che godeva del cosiddetto "ius paternitatis" designandovi il primo abate, presiedendo all'elezione dei successori, compiendovi visite regolari con poteri disciplinari e punitivi e derimendo eventuali controversie che si venivano a creare tra i monaci e l'abate.

Per questo i primi Abati di Roccamadore furono tutti frati cistercensi, contemporanei al periodo di espansione e di floridezza dell'Ordine che dura fino a tutto il XIV secolo.

I dieci Abati furono:

1) F. Bernardo, dalla fondazione al 1221

2) F. Benedetto 1221/1248

3) F. Enrico di Roccamadore 1248/1307

4) F. Matteo 1307/1347

5) F.N. 1347/1365

6) F. Guglielmo 1365/1396

7) F. Nicola de Pirecta 1396/1400

8) F. Angelo 1400/1435

9) F.B. da Compagno 1435/1466

10) F.N. 1466/1488

Il Capitolo Generale dell’Ordine Cistercense nel 1236 punisce l’Abate di Roccamadore per non aver rispettato il divieto di mangiar carne in conformità con gli Statuti dell’Ordine.( 30)

Nel 1268 l’abbazia di Roccamadore  ebbe in gestione il casale di Gadara, compresi i suoi abitanti, nel territorio di Messina che era appartenuto al miles  messinese Giovanni de Amato. (31 )

Beranardo di Adinolfo attesta di aver ricevuto da Matteo de Limogiis, per incarico di Bonsignore  Lardea, di Caracosa sua moglie e di Giovanna figliastra di Bonsignore, 12 once d’oro ricavate dalla vendita di una vigna sita in Messina nella contrada   “ de Tribus Monasteriis “. ( 32)

Dopo la ribellione del 1282 contro gli Angioini, conosciuta come Vespri Siciliani, a cui Messina partecipò sconfiggendo e cacciando il presidio francese comandato da Eberto d'Orleans, Carlo d'Angiò, salpando con la sua flotta da Catona, sbarca presso l'Abbazia di Roccamadore disponendo "tutto il suo esercito e le macchine da guerra." (33)  Da qui si muove per cingere d'assedio Messina, portandosi fino al Piano Santa Croce sotto le mura della città difese dai cittadini comandati da Alaimo da Lentini, capitano del popolo.

Del 28 settembre 1298 abbiamo una procura di suor Giovanna, abadessa  del monastero di Santa Maria di Cistella dell’ordine cistercense, che elesse a procuratore del monastero presso la Santa Sede Fra Gualterio di Roccamadore: <<...avendo noi, non è molto, stabilito di mandare il religioso nominato Gualterio di Messina, monaco del monastero di Roccamadore del medesimo ordine cistercense, con nostro atto di procura cioè di rappresentanza avvallato con ogni debita solennità, alla Curia Romana  per impetrare la conferma di alcuni contratti e diritti che abbiamo e il predetto nostro monastero ha in una certa chiesa chiamata Santa Maria dell’Alto, posta dentro le mura e le fortificazioni della predetta città di Messina, ed anche per impetrare altre grazie ed indulgenze dalla sopraddetta Curia Romana..>>. Ma per cause sopravvenute e rimaste sconosciute Suor Giovanna revocò la procura  a Gualterio e la diede a Fra Filippo da Messina, residente nel convento di San Domenico della città, che si stava recando a Roma per partecipare al Capitolo provinciale dell’Ordine Domenicano. ( 34)

Nel 1397 il Re Martino I, a causa della cattiva amministrazione dell'Abbazia di Roccadia, scrisse allo Straticò messinese affinchè, insieme con l'Abate di Roccamadore Nicolao de Pirecta, ne controllasse la gestione. Lo stesso anno F.Nicolao aveva ottenuto dal Re in pagamento di un debito di dieci onze contratto dall'Abate di Roccadia, dei benefici dello stesso cenobio.

Dall'Abbazia di Roccamadore dipendevano anche le monache cistercensi dello Spirito Santo, che avevano il convento all'uscita della Porta Imperiale, nella contrada detta delle Camerelle, dove si trovava anche una "piccola Chiesa dello stesso titolo per Ospizio dei P.P. Cistercensi del Monisterio de' Roccamadore, al cui Abbate queste Moniali furono soggette per molto tempo, e questo confirmar soleva le Abbadesse che si eleggevano, come si vede per istrumento in atti di Notar Antonino Cardines nel 1452." (35)

Alla fine del '400 una generale crisi degli ospedali di Messina, dovuta ad incuria, ad appannamento delle motivazioni e ala diminuzione delle rendite, spinse le Autorità cittadine a richiedere al Re l'unificazione di tutti sotto un'unica gestione; la richiesta fu accordata diverse volte ma senza produrre immediati effetti concreti. Fu così che "tentarono nuovamente con ricorso fatto al Re stesso nel 1500, per mezzo di Giovanni Balsamo, e Matteo Casalina Ambasciatori, ed ottennero a 10 giugno la facoltà, con di più l'Abbazia delli Roccamadori." (36)

L'unificazione, però, ebbe luogo più tardi nel 1542, mentre era Vicerè Don Ferrante Gonzaga, con la  fondazione di una sola Confraternita sotto "il titolo di Santa Maria della Pietà." La Chiesa di S.Vincenzo, posta in prossimità dell'omonimo bastione (tuttora esistente), era "posseduta dà Religiosi Cistercensi del Monistero di Roccamadore, collaterale alla quale vi ànno il loro ospizio." (37)

Dal 1488 in poi gli Abati non saranno più scelti interni all'ordine ma la carica sarà affidata ad un Commendatario, cioè beneficiario di Commenda, termine che designa l'atto di affidare a un laico o più spesso ad un prelato secolare l'amministrazione dell'Abbazia; la Commenda per questi ultimi fu spesso una delle tappe necessarie per la loro carriera ecclesiastica.

Degli Abati Commendari siamo in possesso di un elenco di 22 nomi che si ferma purtroppo al 1760:

I)  Cardinale Giovanni Albano 1488/1506

II) Amndrea morto nel 1506

III) Pietro Isvaglio Cardinale messinese 1506/1510

IV)  Carlo de Urrias Cappellano Regio 1510

V)   Valeriano de Quiros, spagnolo 1517/1518

VI) Geronimo Bonomia, nobile palermitano 1518/1541

<< Venne fra questo tempo in Messina D.Ugo Moncada generale del mare, da dove si portò co l’armata, e toccato avendo Milazzo passò in Barbaria. Ma la notte della vigilia di S. Bartolomeo assalito da crudele tempesta fece perdita di tre galee, con cinquemila soldati assorbiti dalle onde ed uccisi nelle spiaggie dai Mori. Poscia venendo per ricoverarsi in Sicilia, essendo nelle acque di Trapani incontrassi con nove galee turchesche, con le quali combattendo ebbe la peggio con perdite di due galee, in una delle quali l’abate di Santa Maria di Roccamadore restò schiavo. >>  Tutto questo accadeva nel 1519. ( 38 )

VII) Lopez de Soria Abate fino al 1544

VIII) Giovanni Matteo Papardo, nobile messinese 1544/1569

IX)   Oliviero Pignorio, clerico napoletano di nobile famiglia 1569/1583. Di questo Abate è tuttora esistente uno stemma scolpito in marmo che si trovava nella parete del peristilio di fronte all'entrata della cappella, datato 1573.

X)  Nicola Severino, siracusano 1584/!589

XI) Silvestro Maurolico, messinese, nipote del grande scienziato Francesco. Fu Abate di Roccamadore dal 1589 al 1614 dopo esserlo stato del Monastero basiliano di Santa Maria di Gala, in ricompensa, come ha documentato R. Moscheo, "dei servigi da lui resi quale fornitore di numerosi manoscritti  greci e latini, oltre che i libri a stampa, per la Biblioteca reale di S.Lorenzo all'Escorial fondata di recente da Filippo II." (39 )

Il governo dell'Abbazia lo portò nel 1596 a dover dirimere una controversia tra i benedettini del Convento dove c'era chi sosteneva l'obbedienza al Generale della Congregazione di Castiglia o del Monte Sion e chi a quello di Francia; naturalmente egli, filospagnolo, fece in modo che la vicenda si risolvesse a favore del primo partito. Nel 1602 restaurò il convento e lo abbellì a sue spese di un chiostro a ventotto colonne, come documentava una lapide di marmo posta sopra la porta del capitolo che andò però distrutta abbastanza presto. <<D.Sylvester Maurolicus Mess. Patr. ex illustri Marulonies familia ortus S.T.D. huius almi Caenoby Abbas; Philippi II Hispaniae e Siciliae Regis auspiciis post  Europae provicias per agratas , e ex Corialis Caenobii, quod Rex ipse instar miraculi in Hispan erexerat Regia Biblioteca, trecentis, e amplius voluminibus manuscriptis undiq-collectis, hanc claustrorum aedem colunnarum ordine conspicuam in onorem Santissime Dei Pare Virginis Roccae Amatoris splendissimo erexit apparatum Anno Domini MDCII >>.

XII) Mario Cirino, nobile messinese, successe a Maurolico nel 1614. Sappiamo che durante la sua amministrazione l'Abbazia aveva una rendita di 1613 scudi , mentre il Monastero basiliano di Gala, nei pressi di Barcellona, era più ricco con una rendita annua di 1951 scudi.( 40 )

XIII) Gaspare Castiglia, palermitano, visse per breve tempo e morì nel 1619.

XIV) N. di cui si ignora il nome

XV) Desiderio Scalia, cremonese, Cardinale 1634/1639

XVI) Carlo Medici, fiorentino, Cardinale 1640/1645

XVII) Aloisio Moncada Cardinale, Duca di Montalto. Fu anche Abate di Santa Maria di Novara fino al 1671

XVIII) Carlo Pio, ferrarese, 1672/1686

XIX) Vincenzo Muni, e Pallotta, Regio Cappellano 1682

XX) Giuseppe Guion, vescovo francese. Mentre era Abate nel 1721 l'antica chiesa, che manifestava gravi segni di deperimento, fu restaurata per opera del messinese Agostino Gemelli, cistercense, Vicario Generale della Sicilia, ed arricchita di un coro in legno di noce.

XXI) L'ultimo Abate di cui si ha notizia è Giuseppe Tommasi che manteneva il diritto al 22 voto in Parlamento in rappresentanza del braccio chiesastico. Sotto di lui ci sono sedici monaci addetti "alla celebrazione dei Divini Uffici." (41 )

In questo periodo i proventi dell'Abbazia sono valutati per 1729 scudi, 890 per gli oneri e 839 per l'Abate.

Lo storico Tommaso Fazello ci fornisce il reddito dell'Abbazia di Roccamadore ai soui tempi (si consideri che la prima edizione dell'opera del Fazello è datata 1557): 471 once d'oro: Dalla stessa fonte apprendiamo i redditi di altre abbazie che ci permettono una comparazione con il nostro. Tralasciando il Gran Monastero del Salvatore, il più ricco (2162 once d'oro) constatiamo che il monastero basiliano di San Filippo il Grande ne aveva 500, l'abbazia di S.Maria di Bordonaro ne aveva 104, l'Abbazia di S.Filippo di Fragalà circa 300, l'Abbazia benedettina di S.Maria di Maniace 464 e infine l'altra abbazia cistercense di S.Maria di Nogara 342. (42 )

Placido Samperi nel 1644 riferisce di una grave siccità che aveva colpito la zone 45 anni prima: una processione penitenziale composta da contadini e dalle Confraternite dei casali vicini, partì dal Monastero di Roccamadore per la via del Dromo recando con sè l'antichissima icona della Madonna, per chiedere "la desiderata grazia della pioggia." (  Arrivato il corteo "al casale detto delle Contesse" avvenne il miracolo di enormi nuvole nere, che arrivando dalle montagne portarono con sè la tanto agognata pioggia. In ricordo di questo prodigio le Confraternite presenti si impegnarono a portare ogni anno un cero in occasione della Purificazione della Beata Vergine il 2 di febbraio, giorno della sua solenne festa.

L'Abate Giuseppe Cuneo, messinese, racconta di una sua visita al convento di Roccamadore in Tremestieri nel 1697, per incontrare l'ormai centenario e malato abate Michele Lombardo. (43 )

Questo singolare personaggio, che una vecchia guida di Messina definisce impropriamente come il "Cagliostro messinese", altro non era che il rampollo di una famiglia nobile originaria della Lombardia, con i titoli di Baroni della Scala e dei Margi, che si dilettava ad organizzare truffe, spesso con esito positivo, a Messina ma anche in altre città, mettendo a frutto la sua oratoria eccellente, la sua intelligenza fuori del comune, la sua abilità nel falsificare qualsiasi documento. Queste attività gli fruttavano denaro e preziosi, che lui dilapidava in banchetti e viaggi; per due volte, scoperto, finì in prigione per ordine del Vicerè, a Messina (Forte Gonzaga) e a Pantelleria. Ma anche da queste spiacevoli situazioni ne uscì quasi subito grazie alla sua abilità nell'ingannare il prossimo. Il 6 settembre 1697 Don Michele Lombardo morì all'età di cento anni nello stesso Monastero di Roccamadore, lasciando dietro di sè memoria delle sue "burle" e di una vocazione sui generis.

Nel 1735 Carlo III di Borbone reintegrò Messina di tutte le rendite e onorificenze che le erano state precedentemente alienate a causa della sconfitta subita dalla rivolta antispagnola del 1678, per opera soprattutto del suo Vicerè Don Eustachio De Laviefuille. Questi nel 1751 fu ospite del convento di Roccamadore come ricorda una lapide tuttora esistente, posta sui resti del vestibolo "cento passi il prospetto del tempio." ( 44 ) La lapide, in marmo, fu posta dal Priore Ignazio Aiello in occasione dei lavori di abbellimento da lui stesso eseguiti due anni dopo la visita, nel 1753. << Il duca di Laviefuille...,giunto presso Messina, andò a fermarsi nel monastero di Santa Maria di Roccamadore de’ Padri Cistercensi insieme al principe di Villafranca ed al Maestro Razionale e Regio Secreto di Messina principe di Montecatino, che erano usciti dalla città ad incontrarlo. Il  giorno 2 luglio il Senato, l’arcivescovo e tutta la nobiltà, che erano andati a visitarlo, fissarono il cerimoniale d’entrata solenne in città, stabilita per il giorno appresso 3 luglio. Fu essa una delle più solenni che siensi mai vedute in Messina. Tutta la milizia rusticana, tanto quella a piedi che l’altra a cavallo, stava squadronata in due file, per la lunghezza di oltre tre miglia, lungo la strada che dal monastero de’ Padri Cistercensi poneva fino alla Porta  Zaera....>> ( 45 )

Il 9 giugno 1746 muore Filippo V, padre di Carlo III, e Fra Tommaso de Moncada dell’Ordine dei Predicatori, Arcivescovo di Messina, ordine che sia celebrato un funerale nella Cattedrale: << Alla mesta cerimonia assistettero non solo l'’Arcivescovo, il Capitolo e il clero tutto della Protometropolitana, ma benanco tutti gli ordini religiosi della città, che allora comprendevano: i Padri Benedettini del Monastero di S.Maria Maddalena, i Basiliani del SS. Salvatore de’ Greci, i Cistercensi di Santa Maria di Roccamadore...>> ( 46 )

Il terribile terremoto del 1783   distrusse quasi interamente  il monastero, che viene così sostanzialmente abbandonato dai Padri Cistercensi, i quali si trasferiscono in città nella chiesa di San Nicolò de’ Gentiluomini ed annesso Colleggio, abbandonato dai Padri Gesuiti dopo la loro espulsione dal regno, col consenso di Ferdinando IV. ( 47 )

Durante il periodo napoleonico, nonostante i francesi si fossero fermati in Calabria, la presenza in Sicilia di Re Ferdinando protetto dalle truppe inglesi, provocò un aumento della pressione fiscale sulle tre Camere del Parlamento Siciliano- compresa quella ecclesiastica che versava annualmente 31.000 scudi- e la nazionalizzazione di larghe porzioni di proprietà della Chiesa, vendute in cambio di denaro contante e risarcite con titoli governativi. Roccamadore fu l'unica delle abbazie cistercensi della Sicilia che sopravvisse a queste vicende; e fu così che per non restare isolata si collegò con la risorta Congregazione di San Bernardo in Italia, della quale fece parte fino al 1861.

Nel 1845 i Cistercensi di Roccamadore, seguiti poi dai Teatini, dai Benedettini Cassinesi e dai Padri dell’Oratorio di S.Filippo Neri << ...sentendo il bisogno di rialzare il livello dell’insegnamento impartito nei loro istituti, e per meglio conformarsi alla coltura dei tempi, dietro che venne ripristinato l’Ateneo messinese, s’ingegnarono man mano d’introdurre anche fra loro il laico insegnamento..>>

(48).Così, l’anno successivo le cronache del tempo ci danno notizia di un pubblico saggio degli studi filosofici compiuti dagli allievi dei cistercensi e dei consensi che l’iniziativa riscosse in città. ( 49 )

Padre Annibale Maria di Francia, amato  a Messina per la sua attenzione verso i poveri, nel 1858 all’età di sette anni fu allievo del Collegio di San Nicolò dei Gentiluomini, dove un fratello del padre vi era monaco cistercense: << Era possibile vederlo nelle solennità, secondo l’uso cistercense, avvolto nella bianca tunica , scapolare nero, cintura ai fianchi e cocolla. Esercitò un influsso positivo sulla sua formazione spirituale, in quel tempo, la figura di padre Foti, che lo preparava alla prima comunione e gli parlava molto della Madonna.>>(   )

Dopo l'Unità d'Italia, a seguito del decreto di soppressione degli Ordini Religiosi, il Monastero di Roccamadore "fu venduto dal Demanio all'agente marittimo Signor Francesco Tagliavia, il quale lo demolì tutto e rizzò su quell'area una sontuosa casa da villeggiare a due piani. Detta casa, ceduta in appresso ai signori Targa, (...) cadde completamente nel disastro del 1908." (50)

"Come risulta dagli Atti del Capitolo della Congregazione tenuto nel 1860 la famiglia monastica di Roccamadore si componeva di 11 sacerdoti, 5 conversi e 16 convittori o aspiranti alla vita cistercense. Per quanto la soppressione la disperdesse, alcuni monaci rimasero a Roccamadore, e i monaci dispersi seguitarono ad essere collegati con la Congregazione. Infatti nel Capitolo del 1865 l'Abate Cumbo, di Roccamadore, e l'abate Romeo, ex Priore di Roccamadore, inviarono le loro schede per l'elezione del Presidente e del Reggimento. Nei Capitoli del 1891 e del 1900 si fa il nome di P. Giovanni Calamarà che tuttora risiedeva a Roccamadore in funzione di parroco o di rettore. Quest'ultimo superstite dell'Abbazia doveva essere passato a migliore vita quando nel 1908 il terremoto che ebbe per epicentro Messina diroccò completamente i fabbricati di essa, vecchi di oltre 700 anni, dei quali non rimane che qualche piccolo tratto di Muraglia." (51 )

Successivamente il nuovo proprietario Riccardo Mancini edificò nello stesso posto l'esistente casa in stile Liberty oggi di proprietà Guttarolo. Le terre intorno al Monastero furono acquistate dalle famiglie Stagno D'Alcontres, Puleo, Lella e Marino, che vi costruirono le loro ville.

L'opera di distruzione è proseguita in tempi recenti con la costruzione della statale 114, che ha separato il viale d'ingresso dai pochi resti ancora esistenti dell'Abbazia, divise in diverse proprietà, giacciono in stato di completo abbandono; per esempio i resti pur consistenti del viale d'ingresso sono in gran parte sommersi dai rottami e dalle carcasse di una concessionaria d'auto. Alcune parti in pietra sono smontate e ammucchiate nello stesso posto e potrebbero essere utilizzate per ripristinare lo stato primitivo. 

                                                                                                                                                           Giuseppe Martino

 

Roccamadore: mura

 

Calice settecentesco proveniente da S.Maria di Roccamadore, appartenuto a Don Ciccio Sajia monaco cistercenze:punzonatura

 

Roccamadore: capitello, forse del chiostro.

 

Calice settecentesco proveniente da S.Maria di Roccamadore, appartenuto a Don Ciccio Sajia monaco cistercenze e da questi portato con sè dopo le leggi  sull'eversione dell'asse ecclesiastico.

 

Pergamene redatte da Bartolomeo de Lucy fondatore di Santa Maria di Roccamadore:

San Nicolò l'Arena

Biblioteca Universitaria Ursino Recupero- Catania

 

Roccamadore:

Ingresso di via Consolare Valeria a Tremestieri

Lapide posta dal priore Ignazio Aiello nel vestibolo in occasione del soggiorno di don Eustachio de Laviefuille, 1751.

 

Roccamadore:

Passeggiata dei monaci e rottami di auto.

 

 

Altro ingresso da via Consolare Valeria a Tremestieri.

 

Roccamadore:

Esedra

 

 

Vestibolo, con lapide.

 

Roccamadore:

Aereofotogrammetria eseguita dalla Regione Sicilia, 1980.

 

 

 

Aereofotogrammetria eseguita dall'aviazione militare americana nel 1943.

 

Roccamadore:

Mura su via Roccamadore

 

 

 

 

Ingresso alla cisterna medievale.

 

Roccamadore:

Casotto interno a villa Mancini.

 

 

 

Costruzione appartenuta a Roccamadore, in via Consolare Valeria.

 

Roccamadore:

Mura

 

 

Villa Mancini

 

Roccamadore:

Villa Mancini e statale 114.

 

 

 

Villa Mancini, in stile Liberty.

 

Roccamadore:

"Sena" medievale, distrutta di recente per la costruzione di un condominio.

 

Affaccio al pozzo medievale, alla fine di una galleria sotterranea.

 

Pergamene di fondazione di Santa Maria di Roccamadore:

Sigilli di Bartolomeo deLucy

San Nicolò l'Arena

Biblioteca Universitaria Ursino Recupero- Catania

 

Oliviero Pignorio, nono abate di Roccamadore:

Stemma scolpito in marmo, 1573.

 

 

 

Roccamadore:

colonna

 

Villa Tagliavia:

1866/1908

prospetto

 

Villa Tagliavia:

1866/1908

Ingresso

 

Villa Tagliavia:

1866/1908

Esedra