Il Saracino della porta accanto

 

Dalla seconda metà del cinquecento fino alla prima del settecento, un numero considerevole di cristiani si convertì, più o meno spontaneamente, alla religione islamica dando vita al fenomeno dei “rinnegati”, cioè di chi lasciava il suo mondo, portando con sé spesso la sua abilità artigiana, militare e le conoscenze dell’occidente, per passare al nemico per definizione, il Turco, e vivere secondo le regole della società islamica del tempo. Gli storici valutano il fenomeno nell’ordine delle centinaia di migliaia di individui. Ad Algeri alla fine del cinquecento erano 6000, e ben 10.000 cinquant’anni dopo. A Tunisi nello stesso periodo si contavano tra i rinnegati 4.000 uomini e 7.000 donne. Se un gran numero di loro erano schiavi che con la conversione attuavano una scelta sicura per migliorare il loro status e raggiungere la libertà, molti altri ancora passavano spontaneamente all’Islam, perché vi vedevano la speranza di una vita meno stentata e persino più libera. Infatti il flusso maggiore di cristiani verso l’oriente coincide sempre con i periodi di crisi economica e di persecuzione religiosa dopo la Controriforma; la società islamica non riconosceva, poi, l’aristocrazia per nascita, dunque era caratterizzata da maggiore mobilità sociale. Inoltre attraverso i rinnegati riusciva a trasferire le tecnologie, le conoscenze  scientifiche dell’occidente e superare così i suoi ritardi; in cambio elargiva ricchezza  e avanzamenti sociali. Ma a vendersi al nemico non erano solo i singoli individui, spesso anche qualche potenza occidentale non si fermava davanti a niente pur di tutelare i suoi interessi. Genova aiuta Mehemet II a conquistare Costantinipoli avendone in cambio la riconferma di Galata come avamposto commerciale anche dopo la conquista, la Francia cristiana combatteva a fianco dei tuchi e la stessa Spagna, mentre parlava di guerra santa, negoziava in segreto con Barbarossa e Dragut.

  Fra Tommaso Campanella

Ma torniamo ai nostri rinnegati che a Istanbul, come ad Algeri e Tunisi, godevano di uno status sociale e politico identico a quello della popolazione indigena, che gli permetteva in qualche caso di fare carriera. Ad Algeri il sardo Hassan Agà e Hassan Corso diventano Reggenti, il calabrese Euldi Alì arriva alla carica di Grande Ammiraglio della flotta ottomana, il ligure Osto Morato diventa Bey di Tunisi, il veneziano Alì Piccinino il vero padrone di Algerim il calabrese Uluccialy occupa la carica di  Gran Capitano della flotta turca, carica che poi sarà del messinese Scipione Cicala, conosciuto come Sinan Bassà.

La famiglia Cicala, di origine genovese e imparentata co Andrea Doria, venne a Messina nella prima metà del XVI secolo, probabilmente perché il visconte Cicala, capitano di mare, esercitava la pirateria per suo conto, come era costume di altri nobili italiani come gli Orsini, Farnese, Sforza, Colonna e Vaccai, e il porto di Messina per la sua posizione nel Mediterraneo ben riadattava allo scopo. Alcune volte il Cicala oltre che corseggiare in proprio lo faceva per conto del governo spagnolo unendosi alla flotta straordinaria di Sicilia: nel 1535 partecipò assieme al Doria alla conquista di Tunisi per ordine di Carlo V con due galee, poi alla fallimentare impresa di  Algeri.

     Istanbul

Un’altra volta alla battaglia di Gerbe contro Dragut, dove i cristiani furono pesantamente sconfitti, capitan Cicala fu l’unico a salvare se stesso e la sua nave. Se il padre di Scipione  fu corsaro, la madre Lucrezia era di nazionalità turca, originaria di Castelnuovo nelle Bocche  di Cattaro (ex Jugoslavia), secondo alcuni anche di fede islamica e certamente di grande bellezza e di nobili natali. Il visconte Cicala l’aveva inizialmente comprata come schiava ; ma poi se ne era forse innamorato e aveva deciso di sposarla, previa “conversione” di lei al cristianesimo.  Dal matrimonio nacquero tre maschi e un numero imprecisato di femmine , almeno due. Carlo il primogenito appartenne alla nobiltà senatoria messinese, ebbe il titolo di Cavaliere di San Giacomo della Spada, di governatore dell’Arciconfraternita degli Azzurri e il titolo di Tiriolo in Calabria; sposò Beatrice del Giudice, nobile messinese. Filippo, terzogenito, sposò Caterina Zappata, senatore nobile, Governatore della Tavola Pecuniaria, Governatore dell’Arciconfraternita degli Azzurri e tra i fondatori  dell’ordine Militare della Stella che aveva tra i suoi compiti la lotta contro i turchi. Scipione, il secondogenito, per fatalità del destino fece tutt’altra carriera; la sua biografia solo all’inizio fu uguale a quella dei fratelli. Un Breve Pontificio tratto dall’Archivio Vaticano, ci informa che nacque e fu battezzato a Messina. La casa si trovava “sulla riva del Faro , all’estremità di Messina”, e pare fosse “bianca, ariosa, circondata da giardini che olezzavano sempre”. Ma il Visconte Cicala non era il tipo da starsene in casa ad annusare l’aria, così per accrescere la sua piccola flotta comprò una galea tolta al rinnegato Uluccialli assieme Don Luigi Urries; ma il Viceré Antonio Doria, suo nemico, si oppose all’acquisto  destinandola alla flotta siciliana. Allora il Cicala partì per la Spagna per presentare la sua protesta  personalmente al Re il 18 marzo 1561 con la sua galea capitana e portando con sé Scipione appena undicenne.

Ma tra Favignana e Marittimo la nave di Cicala e la goletta di Don Luigi Urries, ex stratigò di Messina e allora Maestro  di Campo Terzo in Sicilia, furono assalite da tre fuste barbaresche di Dragut e catturate; capitan Cicala e il figlio, la moglie di Urries e buona aprte degli equipaggi furono condotti a Tripoli. Tutti gli altri pare siano stati riscattati tranne i due Cicala che furono mandati a Costantinopoli in dono al sultano Suleiman. Alcune fonti dicono che capitan Cicala morì  “nelle sette torri sul mar maggiore di Costantinopoli”, secondo altre anche lui potè in seguito riscattarsi e tornare a Messina. E qui sarebbe morto all’età di sessant’anni il 12 dicembre 1564 e seppellito nella Chiesa di S. Domenico dei Padri Predicatori.

    Suleiman

Scipione invece, entrato nelle grazie del sultano, si convertì alla religione islamica, fu circonciso e fatto entrare nel Serraglio, assumendo il nuovo nome di Cigala-zade Yusuf Sinam, dove “zade” sta per <<figlio di>>. Per la cronaca Scipione rinnegò come già aveva fatto un suo prozio in analoghe  circostanze. Uscito da Serraglio iniziò la sua brillante carriera con il comando di alcune galee; fu inviato poi col grado di Baluc- Bascì come capo squadrone della cavalleria ottomana. Nel 1575 fu fatto Capì- Agà dei giannizzerie sposò la giovane Xanò- Saliha nipote du Suleiman e figlia del Gran Visir Ahmed e alla morte di lei anche la sorella.Questo matrimonio gli portò in eredità la ricchezza del defunto e potentissimo Rusten Bassà, nonno della moglie. Mandato a combattere in Persia(1585) si guadagnò sul campo fama di stuto e coraggioso comandante, e un ulteriore avanzamento di carriera con la nomina  a Jaraser e governatore di Baghdad, e poi alla carica di Visir. Per procurarsi il Capuan di mare ossia il grado di ammiraglio della flotta ottomana, Sinam ricorse alle raccomandazioni della suocera e del Capì- Agà (un rinnegato italiano suo amico), al versamento di 200.000 zecchini d’oro nelle casse del sultano e alla promessa di donare le prede di guerra al Padischah da cui dipendeva la nomina. Fu così che la carica che era stata del rinnegato calabrese Ulucciali fu sua. Partito da Istanbul con circa venti galee vi ritornò dopo un annodi scorrerie per il mediterraneo con sessanta, portando al sultano 100.000 zecchini e 300 schiavi marinai. Nell’aprile del 1593 il fratello Carlo va a fargli visita, seguito dal sospetto  delle spie di Venezia che fosse solo un pretesto per una ambasceria della Spagna.

  Feluche

 

 

 

Un anno dopo la flotta turca con settanta galee parte da Istanbul al comando di Sinan e arriva nello stretto di Messina; approfittando che la flotta spagnolo- sicula non era nel porto di Messina, attacca Bovalino, Cateri, Ardore e Reggio Calabria. Un gruppo di si staccò dal grosso della flotta e si portò sulla riva siciliana in località Guidari (tra Tremestieri e Mili Marina); qui vi sbarcarono alcuni giannizzeri che si ritirarono subito dopo uno scontro con delle milizie territoriali. Dopo Reggio Calabria le incursioni interessarono altre città calabresi, ma solo a 28 giorni dalla distruzione della città la flotta cristiana al comando del Doria arrivò a Messina; questo ritardo era dovuto all’accordo segreto tra Cicala e Filippo II in funzione antifrancese e probabilmente per un gioco di intrighi a Istanbul il nostro rinnegato era obbligato a compiere un gesto clamoroso per salvare la faccia ad ambedue. Si sa che il 3 settembre 1594 tutti a Reggio erano al corrente dell’imminente attacco, così la popolazione ebbe tutto il tempo di lasciare la città, dopo aver diligentemente svuotato le case e smontato persino  porte e finestre . Preda ben più ricca e ugualmente indifesa sarebbe stata Messina, ma non fu toccata perché la sua distruzione sarebbe stata rovinosa per il sovrano spagnolo.

Ma poi a Messina vivevano tranquillamente sua madre, i suoi fratelli e un nutrito gruppo di nipoti gesuiti.

Ritornato a Costantinopoli alla morte del vecchio sultano perde il posto, per poi riguadagnarlo con un suo intervento decisivo nella battaglia di Rereztes, nella guerra contro l’Ungheria, che rovescia le sorti dello scontro a favore dei turchi; il nuovo sultano gli regalò in segno di gratitudine il gioiello a forma di airone del suo turbante e lo nominò gran Visir. La corte di Costantinopoli era un continuo teatro di scontri e congiure tra le varie fazione, e le posizioni conquistate non erano mai definitive; così approfittando di alcuni errori da lui commessi nel tentativo di mettere ordine e disciplina nell’esercito, il partito a lui avverso, che contava nelle sue file una rinnegata veneziana arrivata al posto di Sultana favorita, gli fece togliere l’incarico. Ma il sultano fu costretto a ricorrere nuovamente a lui per sedare un ammutinamento dei giannizzeri e della milizia degli Spahi; Sinanbassà li affrontò nella ex chiesa di Santa Sofia e con la persuasione riuscì a sedare la rivolta scoppiata a causa della perdita del potere d’acquisto del loro salario.  Al rinnovato incarico di gran Visir , lui preferì la carica di Capitano di Mare (primavera del 1598), così ebbe cinquanta galee , con cui tornò nello Stretto di Messina e gettò le ancore a Pellaro, questa volta con intenti pacifici: voleva rivedere sua madre. Una galea fu mandata a Messina  con uno schiavo spagnolo  liberato per l’occasione che recava con sé tre lettere una indirizzata al Viceré Maqueda, una per la madre e una per Don Pedro de Leyv, comandante delle galee spagnole e siciliane a Messina.  Come garanzia offriva suo figlio Mahmud e la liberazione di schiavi: ma furono i suoi buoni rapporti con gli spagnoli a far sì che la richiesta fosse esaudita. Così gli fu spedita la madre in compagnia degli altri figli e dei nipoti, accompagnati da un nutrito gruppo di amici di famiglia carichi di frutta, rinfreschi, dolci e altre specialità locali per il Cicala ed i suoi equipaggi. Tutta la flotta turca salutò gli ospiti con bordate di cannone. La descrizione dell’incontro che ne fa Luigi Natoli assume decisamente i contorni della sceneggiata napoletana. 

“La barca giunse sotto la scala , Sinam dalla cima stese le braccia, gridando: Madre!….La donna alzò la testa. Sinam impallidì, le sue labbra rimasero stese in avanti , la sua bocca non proferì più alcuna parola.; non era, no, la giovane bella e vigorosa che egli aveva lasciato: era una vecchierella col volto rugoso e lacrimoso, coi capelli bianchi come l’argento, la quale, tremando per gli anni e la commozione saliva la scala della galera”.

Vi risparmio il resto per decenza e per non farvi annegare in una cascata di lacrime. Che cosa si siano detti lui e la madre fu oggetto di molte congetture, forse si parlò di fedi rinnegate come lui amava far credere o di ben altro come sospettavano le ciniche  spie di Venezia

. E’ certo che regalò alla madre 2000 zecchini d’oro e altri doni; apostata sì, ma non della famiglia.

Sinam ritorna l’anno dopo in Calabria in appoggio al tentativo insurrezionale di Tommaso Campanella, frate domenicano, filosofo e poeta che cercava d’incanalare il malcontento dei calabresi contro la tirannia spagnola, che li aveva ridotti alla disperazione. Attorno a fra Tommaso si era riunito un gruppo di rivoltosi, il cui obiettivo era d’instaurare una repubblica comunista e teocratica come veniva teorizzata nelle pagine della “Città del Sole”, attraverso una congiura contro l’autorità spagnola e ecclesiastica. Tra di essi c’erano frati, cavalieri, banditi e due lementi di spicco, fra Dioniso Ponzio”uomo di parola e di intrighi”e Maurizio Rinaldi, il capo secolare della rivolta. La Congiura di Calabria prevedeva 300/400 uomini armati a cui era affidato il compito di prender di notte Catanzaro/o in caso d’insuccesso ritirarsi sui monti); ad essi si sarebbero uniti contemporaneamente i turchi di Sinam Bassà , come prevedeva l’accordo tra Cicala e Maurizio Rinaldi concluso a Istanbul , attraverso la mediazione la mediazione di alcuni rinnegati calabresi ivi residenti.  Successivamente la rivolta doveva estendersi all’intera Calabria.  Sinam  e la sua flotta arrivarono il 14 settembre, come stabilito, ma il fallimento della congiura e la prigionia di Campanella , lo persuasero di rinunciare allo sbarco e di ritornare a Costantinopoli . Come notava Carmelo Trasselli “ con le connivenze, i favoreggiamenti e le parentele si creava un doppio gioco, diciamo così, a basso livello, al quale faceva riscontro un doppio gioco a livello più alto , che non era affatto ignorato dalla popolazione”. Questa acuta osservazione , calza perfettamente con la politica di Cigala- ZadeYusuf Sinam , che ottiene per il fratello carlo il governatorato dell’isola di Nasso di altre 12 isole  dell’arcipelago e il ducato di Niixia (1600) spargendo ad arte la voce che la madre e il fratello si sarebbero convertiti all’Islam. In realtà Carlo lavorava per gli spagnoli e per il fratello. Attraverso i due nipoti gesuiti, p.Vincenzo e p. Antonio Cicala, trattava nel frattempo segretamente con Papa Clemente VIII, per la restaurazione, nientemeno, dell’Impero di oriente approfittando della debolezza dell’Impero Ottomano in difficoltà con l’Ungheria e con il re di Persia, la rivolta dei giannizzeri ad Aleppo e Damasco e degli arabi della Mezza e del Mar Rosso.  Il progetto prevedeva un’insurrezione guidata da Cicala, a cui si sarebbero uniti i  principi cristiani e gli ordini militari. Ma nel frattempo ospitava a casa sua fra Dionisio Ponzio, seguace di Campanella, che fuggito dal carcere si era rifugiato ad Istanbul; e da qui predicava contro la religione cristiana e annunciava l’arrivo di altri seguaci di fra Tommaso e persino di lui stesso. Ma l’astuzia e l’intelligenza non furono sufficienti a salvarlo dalla cattiva sorte.

Il sultano lo nominò comandante supremo di tutte le forze ottomane contro la Persia; ma le continue defezioni dalle sue file, i tradimenti di alcuni alleati su cui lui contava, l’indisciplina cronica dei soldati che, disubbidendo a suoi ordini caddero in una trappola tesa dai persiani, gli fecero subire una grave sconfitta. Riuscì a fuggire e a rifugiarsi presso il figlio Mahmud, ma non sopravvisse a se stesso e al fallimento dei suoi piani; morì poco dopo, forse suicidandosi, o come fonti più attendibili riferiscono, di “crepacuore”. Anche se, nonostante la sconfitta, non era caduto certo in disgrazia presso il sultano; prova ne è che suo figlio fu nominato comandante in capo dell’esercito per tutta l’Asia. I suoi nemici potevano tirare un sospiro di sollievo a cominciare dalla Repubblica di Venezia, che nonostante non l’amasse, gli regalava 200 zecchini d’oro l’anno; e quando lui giungeva a Zante e Corfù gli riforniva gratuitamente le navi. In più il Bailo a Costantinopoli gli mandava miniature, lastre di vetro, carte geografiche, libri di storia e un orologio da tavolo . La sua biografia romanzesca ha destato nel tempo l’interesse di scrittori e studiosi: Giovanni Sagredo, Tommaso Costo, E. Alberi, G.B. Von Hammer , Gaetano Oliva, S. Salamone Marino, p. Ilario Ranieri e di F.A. Brockhaus che pubblicò nel 1840 a Lipsia un romanzo che ha per protagonista questo insolito messinese( Scipio Cicala, in vier banden ). Ma anche a Messina nel 1595 Nicolaus Antonius Colonius pubblicò un poemetto a lui dedicato, stampato presso Pietro Brea, con il titolo di “Rhegias sen Thurcarum expeditio in Siculum fretum”.

Della sua romanzesca vita ne approfittò persino qualche impostore; nel 1658 i padri gesuiti presentarono all’Arcivescovo monsignor Carafa un uomo di età matura che asseriva di essere Mahmud, il figlio di Cicala, fuggito in Ungheria, travestito da pastore, dove la regina Maria Gonzaga lo aveva fatto battezzare con il nome di Giovan Michele. Alla fine, dopo che nell’inganno erano caduti il Papa Clemente IX, Venezia, i re di Francia e Spagna e tanti altri, si seppe che in realtà era un valacco, nato a Trogovistj che aveva vissuto per tanto tempo a Istanbul, dove aveva appreso la storia di Sinam Bassà.

Ma per  noi quella di Scipione Cicala è una esperienza di confine- vita vissuta nel mondo musulmano e allo stesso tempo legami affettivi e culturali col mondo cristiano- che ci fa pensare ad una scissione interna simile a quella di cui hanno fatto esperienza i nostri emigrati nel recente passato, ad uno sdoppiamento traumatico che prefigura quella che sarà òa crisi dell’uomo moderno: la necessità di costruire  una nuova identità contando su se stessi fuori dagli schemi della cultura d’origine. 

SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ

...e questa l'è a memöia,
a memöia do Çigä,
ma 'nsci libbri de stöia
Sinàn Capudàn Pascià...

(Fabrizio de André, "Sinàn Capudàn Pascià")

Giuseppe Martino