
Il Carnevale è un capodanno, una festa di
inizio ciclo, che nei contesti di vita agro-pastorale, e di tradizione orale in genere,
svolgeva la funzione di riscatto periodico, propria dei riti di rifondazione. Più
specificamente, al Carnevale si riconosceva il valore di liberazione simbolica dalle varie
negatività patite nel corso dell'esperienza ordinaria, mediante la provvisoria e
trasgressiva affermazione di una realtà desiderata, quasi utopica, lontana dunque, dalla
condizione esistenziale consueta.
La festa, in questa dimensione psicologica di affrancamento dalla
minaccia d'insicurezza del quotidiano, era pienamente tangibile anche con lo straordinario
consumo alimentare e la contestuale sospensione del lavoro. Carnalívari tuttí lí
festí fa turnarí, - scrive Pitrè - l'importante è d'aver quattrini da spendere per
sbirbarsela quanto è possibile ... I quattro giovedì che precedono il Carnevale
propriamente detto hanno ciascuno un nome proprio allusivo alla cucina e alla pappatoria.
Il contadino siciliano - replica Salomone Marino - quando trova
lavoro retributore, fa a meno di qualsiasi festa, senza che ne mova rimpianti. A due
feste, però, non rinuncia, non rinunzerà mai, la festa del Santo Patrono, la festa del
Carnevale ... Ei s'abbandona ad atti, godimenti, ad illusioni ed oblii, che negli altri
trecentosessantaduegiorni dell'anno non ha neppure immaginato in sogno!.
Sugli eccessi alimentari, tema rituale irrinunciabile del Carnevale,
ulteriori indicazioni ci giungono dal Pitrè. "Fra tre o quattro banchetti dell'anno,
quello che raccoglie per un momento i membri divisi, sparsi lontani della famiglia in casa
dei genitori, o de' maggiori e più autorevoli, è il banchetto di Carnevale ... La pasta
non deve mancare, e, pasta favorita, li maccaruna dí zitu a stufato o cu lu sucu di
carne di maiale, immancabile per li sdírri, come per Sammartino- per cui si dice ad
ogní porcu veni lu sò Carnílivari ... Il popolino non può molto, essendo
ordinariamente frugale e temperante, prende due bocconi l'ultimo giorno, all'ora che
dovrebbe desinare, per lasciare il necessario vuoto nello stomaco che dovrà ricevere
l'insolito ben di Dio. Ma più gradito di chiunque altro cibo carnevalesco - aggiunge
Pitrè - è il cannolu, "boccone ghiotto di popolani, di borghesi e di nobili,
desiderato da poveri e ricchi". Sempre in tema di leccornie carnevalesche, Guastella
ricorda che nella Contea di Modica, particolarmente prelibati erano la pagnuccata e
le teste di turco confezionate dalle monache e "profusi a centinaia di
famiglie al punto da impegnare una non esile parte delle rendite del monastero".
Lo spreco alimentare riconduce alla corporeità della festa e, ancor
meglio, al "corpo grottesco" della festa rappresentato sommamente dal Nannu o
Cannaluvarí. L'atto del mangiare, dell'ingoiare, nel tempo
della festa, che sospende ogni regola sociale, si carica così di forti valenze simboliche
che segnano il superamento dei confini tra corpo e mondo. Meglio, il cibarsi, e il cibarsi
senza limiti, manifesta il "corpo vittorioso che assorbe il mondo vinto e lo
rinnova", lo insemina e, dunque, lo feconda.
Sull'orizzonte esistenziale precario delle società agrarie e
pastorali, scandito da scadenze lavorative dure e da un regime alimentare al limite della
sopravvivenza, il Carnevale costituiva un evento di straordinario valore rituale, dunque,
di riscatto utopico da una condizione di povertà latente, che sfociava trionfalmente nel
mangiare, come atto simbolico di riconquista del mondo.
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