San Filippo
Superiore, Carnevale (Cannaluvari)

L'espressione pių alta ed emblematica del catalogo figurativo
carnevalesco č indubbiamente quella che raffigura e incarna il Carnevale, prima
deriso e beffeggiato, poi condannato alle fiamme rituali del martedė Grasso, che
eliminano il male rigenerando nuova vita.
A San Filippo Superiore, pių in
particolare, il Carnevale era rappresentato da un uomo in maschera che veniva
scelto tra i pių semplicioni del paese da deridere. Seduto su una sedia, era portato a
spalla da quattro buontemponi per le vie del paese e seguito da un gruppo di giovani - chiddi
da cutra - con il viso dipinto di nero fumo e il corpo avvolto da una coperta che li
rendeva irriconoscibili, che provocavano rumori assordanti soffiando nelle brogne (conchiglie)
e percuotendo padelle e pentole.
Alla fine, come da copione, finiva male per il malcapitato Carnevale
che, senza troppi complimenti, veniva scaraventato nel gelido torrente, tra il tripudio
parossistico generale.
Messina, Morte di Carnevale

Anche a Messina , fin verso la fine degli
anni Cinquanta, soprattutto nei quartieri popolari, si dava vita a spontanei e chiassosi
cortei che celebravano la morte di Carnevale. Su una carriola tirata a mano si
poneva un fantoccio simboleggiante il Carnevale, ormai in fin di vita. La moglie e
i parenti lo piangevano disperati (u triuliaunu), implorando l'intervento di un
medico. Armeggiando con vistosi ed estemporanei ferri chirurgici, il sedicente luminare,
tra un gesticolare animoso, non riusciva a fare di meglio che estrarre dalla pancia del
malcapitato Carnevale metri e metri di salsiccia.
Il corteo, ormai in preda alla disperazione, invocava Carnevale,
re della Festa, ciancennu la sua immatura dipartita: Figghiu miu, Figghiu
di tutti ora mori e ni lassa a tutti. L'accensione del rogo, intorno alla mezzanotte
del martedė Grasso, che avvolgeva tra le fiamme il compianto Carnevale, poneva
fine alle ultime sfrenate ore di trasgressione prima dell'inizio della Quaresima, tempo di
penitenza e di preghiera.
S. Fratello e area dei Nebrodi, Carnevale (Nannu)

Il Nannu era la figura centrale della rappresentazione del Carnevale
in tutta la Sicilia, cosė come com'č attestato dalle pių autorevoli fonti
bibliografiche fra Ottocento e Novecento, che portano, tra le altre, le firme di Giuseppe
Pitrč, Salvatore Salomone Marino e Benedetto Rubino. Quest'ultimo,
farmacista a S. Fratello e attento cultore e sensibile
fotografo delle diverse espressioni della cultura popolare, ha lasciato cronache puntuali
relative alle mascherate, alle Parti di Carnalivari (versi satirici cantati, anche
a pių voci, con accompagnamento strumentale), alla figura del Nannu, presente non
solo a S. Fratello ma anche in altri centri dei Nebrodi.
In molti paesi - scrive Rubino - il Nannu č una maschera
vivente che solo negli ultimi momenti dell'ultima sera viene sostituita dal pupazzo fatto
di cenci. Il popolo dei paesi interni dell' Isola, molte volte conduce il Nannu
sopra qualche sciancato ciucarello, seguito da ragazzi e da maschere, le quali organizzano
una grande baldoria, gridando, urlando e fischiando. In Mistretta e Gangi, invece, a
questo asinello viene dietro una magnifica cavalcata.
Le concitate sequenze finali del Carnevale, quelle del
"rogo nel quale si fa bruciare il povero pupazzo", sono precedute dalla solenne
lettura del testamento del Nannu. Ma per fare il testamento in regola ci vuole il
notaio. Di rimpetto a lui si mette un altro pupazzo. Ha gli occhiali inforcati sul naso,
sembra un uomo di vecchio stampo. Vibra una voce che dice:
Lassu a li dotti confusi
'Ntra tanti libri e 'ntra tanti scittura;
Lassu a l'avvucati li causi persi
E a li duttura ci lassu la cura.
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