
Nel Carnevale d'una volta
(durava un mese, intensificandosi negli ultimi giorni) - scrive Placido Andriolo - a S.
Stefano Briga v'erano sette, otto, dieci famiglie che di sera organizzavano liete riunioni
in casa, dove si ballava al suono del tamburello, si facevano scherzi di ogni tipo, e ci
sia abbandonava ad ogni sregolattezza verbale, dando volentieri ospitalità alle maschere
e ai gruppi d'improvvisati commedianti che andavano in giro proponendo scenette comiche e
brevi farse.
Tra i mascheramenti più diffusi e tipici del piccolo villaggio dei
Peloritani, si ricorda quello dei Cacciatori che si rendevano
protagonisti di una singolare azione rituale. Andavano, infatti, in giro, spesso in
coppia, in cerca di donne, possibilmente giovani e graziose, bersaglio preferito delle
loro scorribande.
Una volta intercettate, le inseguivano fino a raggiungerle, e se le
prede non riuscivano a trovare rifugio, magari in qualche casa ospitale, i singolari Cacciatori
carnevaleschi soffiavano addosso alle malcapitate crusca in abbondanza, che veniva fuori a
fiotti da canne forate innestate in un finto calcio di fucile, sulle quali soffiavano
incessantemente.
Il tema rituale proposto da queste maschere, dette Ciuscíaturí (soffiatori)
o Cacciatori, proprio per l'azione che li caratterizzava, è da collocare tra
quelli che replicano la contrapposizione e il contrasto tra il Bene e il Male, nel
tentativo di esorcizzare quest'ultimo e allontanarlo così dalla realtà di vita abituale.
Ancora più esemplare, all'interno del codice segnico-visivo di
rifondazione utopica della società proposto dal Carnevale, appare la Vecchía dí
Cannaluvari, figura paurosa e temibile di primissimo piano nel cerimoniale
carnevalesco di S. Stefano Briga.
Da catalogare tra le presenze antropo-fitozoomorfe, la Vecchia di
Cannaluvari, (Vecchi) pur proponendo delle affinità con le
figure assimilate alla rappresentazione della Quaresima, e quindi della penitenza,
incarna, verosimilmente, il capro espiatorio cui la comunità affida il compito simbolico
di catalizzare ed espellere il negativo che minaccia la vita individuale e collettiva
nell'esperienza quotidiana ordinaria.
La Vecchía dí Cannaluvari aveva un aspetto pauroso: in
testa portava un fazzoletto sommariamente annodato, sulle spalle delle pelli lanose,
indossava una veste lunga sdrucita, ai fianchi aveva legati dei panieri, con una mano
reggeva il fuso, con l'altra la conocchia, che nella finzione ambivalente carnevalesca era
un ramo di erica. Camminava come una bestia ubriaca, a balzelloni, e spesso emetteva un
urlo cupo, rauco, simile al mugghio. Vedendo i compaesani sparsi o raccolti in crocchio,
vi si precipitava e dava a ciascuno senza fargli male, s'intende, tre colpi di fuso.
Una presenza consueta nel piccolo villaggio dei Peloritani era poi
quella dei puetí (Poeti Cantori) che cantavano stornelli
su misura ... due o tre coppie di poeti estemporanei, vestiti di bianco e con, a
bandoliera, un nastro rosso, giravano il villaggio; uno dei poeti d'ogni coppia suonava la
chitarra, l'altro ideava e cantava stornelli in lode di coloro che lo stavano a sentire.
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