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vec_brig.JPG - 8676,0 K Nel Carnevale d'una volta (durava un mese, intensificandosi negli ultimi giorni) - scrive Placido Andriolo - a S. Stefano Briga v'erano sette, otto, dieci famiglie che di sera organizzavano liete riunioni in casa, dove si ballava al suono del tamburello, si facevano scherzi di ogni tipo, e ci sia abbandonava ad ogni sregolattezza verbale, dando volentieri ospitalità alle maschere e ai gruppi d'improvvisati commedianti che andavano in giro proponendo scenette comiche e brevi farse.

Tra i mascheramenti più diffusi e tipici del piccolo villaggio dei Peloritani, si ricorda quello dei Cacciatori che si rendevano protagonisti di una singolare azione rituale. Andavano, infatti, in giro, spesso in coppia, in cerca di donne, possibilmente giovani e graziose, bersaglio preferito delle loro scorribande.

Una volta intercettate, le inseguivano fino a raggiungerle, e se le prede non riuscivano a trovare rifugio, magari in qualche casa ospitale, i singolari Cacciatori carnevaleschi soffiavano addosso alle malcapitate crusca in abbondanza, che veniva fuori a fiotti da canne forate innestate in un finto calcio di fucile, sulle quali soffiavano incessantemente.

Il tema rituale proposto da queste maschere, dette Ciuscíaturí (soffiatori) o Cacciatori, proprio per l'azione che li caratterizzava, è da collocare tra quelli che replicano la contrapposizione e il contrasto tra il Bene e il Male, nel tentativo di esorcizzare quest'ultimo e allontanarlo così dalla realtà di vita abituale.

Ancora più esemplare, all'interno del codice segnico-visivo di rifondazione utopica della società proposto dal Carnevale, appare la Vecchía dí Cannaluvari, figura paurosa e temibile di primissimo piano nel cerimoniale carnevalesco di S. Stefano Briga.

Da catalogare tra le presenze antropo-fitozoomorfe, la Vecchia di Cannaluvari, (Vecchi) pur proponendo delle affinità con le figure assimilate alla rappresentazione della Quaresima, e quindi della penitenza, incarna, verosimilmente, il capro espiatorio cui la comunità affida il compito simbolico di catalizzare ed espellere il negativo che minaccia la vita individuale e collettiva nell'esperienza quotidiana ordinaria.

La Vecchía dí Cannaluvari aveva un aspetto pauroso: in testa portava un fazzoletto sommariamente annodato, sulle spalle delle pelli lanose, indossava una veste lunga sdrucita, ai fianchi aveva legati dei panieri, con una mano reggeva il fuso, con l'altra la conocchia, che nella finzione ambivalente carnevalesca era un ramo di erica. Camminava come una bestia ubriaca, a balzelloni, e spesso emetteva un urlo cupo, rauco, simile al mugghio. Vedendo i compaesani sparsi o raccolti in crocchio, vi si precipitava e dava a ciascuno senza fargli male, s'intende, tre colpi di fuso.

Una presenza consueta nel piccolo villaggio dei Peloritani era poi quella dei puetí (Poeti Cantori) che cantavano stornelli su misura ... due o tre coppie di poeti estemporanei, vestiti di bianco e con, a bandoliera, un nastro rosso, giravano il villaggio; uno dei poeti d'ogni coppia suonava la chitarra, l'altro ideava e cantava stornelli in lode di coloro che lo stavano a sentire.


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