
San Fratello - scrive il
demologo Benedetto Rubino nel 1914 - offre un Carnevale divertentissimo e, per molti
aspetti, assai curioso. Esso ha un carattere primitivo, perché viene celebrato dal popolo
con una serie di azioni drammatiche improvvisate. Queste, quantunque si svolgano in
maniera assai rozza e non abbiano alcun intreccio, sono formicolanti di lazzi e motteggi e
destano grande ilarità nel pubblico.
Rubino precisa che il gruppo è formato da mestieranti o villani,
vestiti nella maniera più buffa, con baffi posticci, con occhiali senza vetro, con
zazzeroni di stoppa, dipinto il viso a strisce nere e vermiglie. Qualcuno di essi porta a
tracolla una chitarra o un colascione, altri un fagotto di cenci, una cesta, un paniere,
per illustrare la scena che si vuole rappresentare.
Frattanto incomincia il canto intonato da uno della comitiva, che ha
la pretesa di farla da prima vucí, ed è per lo più l'autore dei versi composti
per l'occasione. Procede questo canto sopra un motivo tradizionale, con note gravi, quasi
monotone, con cadenze regolari tra l'una e l'altra strofa.
Alla prima vuci, sostenuta dal primo cantore, si unisce
sempre una contravuci cantata sempre in terza, con rimarcata dissonanza, che spicca
fra il prolungato accordo vocale (coru d'accumpagnamentu). Ma ciò che tien desta
l'attenzione degli astanti non sono le modulazioni dei canto, si bene l'argomento dei
versi, argomento che varia sempre ogni anno, secondo i gusti dei poeta e secondo
l'originalità dei fatti offerti dalla cronaca paesana.
Rubino ci informa poi, che le Partí dí Carnalívari, così
erano indicati i versi satirici intonati dai Poeti Cantori,
vengono in alcuni comuni, prima di essere recitate o cantate in pubblico, rivedute
dall'autorità locale, appunto, per impedire che il poeta possa facilmente passare alle
ingiurie e alle offese personali; del che non dobbiamo meravigliarci trovandosi a queste
satire esposti Governo, Municipi, ma altresì vescovi e prelati.
Ma oltre ai divertimenti di genere drammatico,- aggiunge Rubino -
non è chi non rammenti, ancora dopo molti anni, la briosa farsa della Mamma vecchia e
della Mamma nuova - ve ne sono altri nei quali intervengono maschere dall'aspetto
assai curioso e originale. Fra queste occupano il primo posto quelle che rappresentano dei
monaci. Non sono altro che tipi di omaccioni barbuti, i quali camminano con certi strani
libri di devozione in mano e con certe strane bisacce in collo piene di arance e ortaggi.
Rubino si sofferma poi a descriverci il Nannu (Carnevale), ossia il fantoccio che raffigura il "morente
carnevale", e, ancora, un'altra singolare ed originale mashera, che ricorre anche
nelle cronache carnevalesche del Pitrè, perché presente anche a Palermo, ovvero quella
dello Scalíttaru, un giovane graziosamente vestito in vena di galanterie. Lo Scalíttaru
- scrive Rubino - è sempre in compagnia di alcuni giovani elegantemente mascherati, i
quali portano per le vie larghi canestri di arance e di limoni dolci, o borsette da
viaggio piene di confetti.
Attratto ovviamente dalle ragazze più belle, affacciate alle
finestre o appoggiate ai balconi, lo Scalittaru, accompagnato dai suoi amici,
inscena il suo gesto galante, da innamorato, legando all'estremità della sua scaletta
retraibile - da qui deriva appunto il nome della maschera - gli agrumi o i confetti, per
poi sporgere e allungare lo strano strumento di corteggiamento per inviare a destinazione,
tra la sorpresa mista a compiacimento della ragazza prescelta, il singolare dono.
|