
La festa di Caruvà, ovvero il Carnevale, a San Masì (S.Basilio,
frazione di Novara di Sicilia, isola linguistica gallo-italica sulle propagini
nord-orientali dei Peloritani) durava 'ddu jorna, aveva infatti luogo la domenica e
il martedì Grasso.
La maschera principale, quella di Caruvà o del Campanaru,
figura selvatica temibile simbolo della regressione e del caos primigenio, veniva
confezionata con l'uso di pelli caprine e ovine. Caruvà aveva, inoltre, il viso
coperto da un panno con due buchi per gli occhi. Tutto attorno alle gambe, ai fianchi e al
collo, aveva legate dei campanacci di varie dimensioni, biaturí e mulígni,
solitamente usate per capre e pecore. In mano teneva 'na ugghiata, un bastone da
mandriano con un chiodo fissato ad un'estremità.
Caruvà (Animali e Uomini Selvatici),
apriva il corteo carnevalesco saltando, ballando e dimenandosi incessantemente,
accompagnato dall'indiavolato frastuono provocato dei campanacci, che preannunciavano il
suo temuto arrivo. Il repertorio di gesti rituali, di cui di faceva esemplare interprete,
consisteva nell'agitare minacciosamente, dinnanzi alle persone che incontrava per strada,
il suo bastone pungente, dirigendosi di gran corsa su quelle che si facevano da parte o
che mostravano di temere il contatto diretto e ravvicinato.
Le prede preferite erano tuttavia le donne, dinnanzi alle quali si
agitava in maniera frenetica, scutulíandosí, fino a sfiorarle, tra gridolini di
stupore e di paura per quella presenza animalesca inquietante. Il vivace e colorato corteo
che seguiva Caruvà era formato dai Caruvaísi o Zagarellari, una cinquantina, tra uomini e donne. Il mascheramento di queste figure
carnevalesche (Femminili) era
realizzato sovrapponendo a vecchi abiti e indumenti coloratissime strisce di carta. Sul
capo portavano un cappello di paglia dal quale pendevano altrettante e lunghe strisce di
carta colorata. Gli uomini, nella temporanea assunzione di una identità'altra',
assumevano sembianze femminili, mentre le donne quelle maschili.
Oltre a quella di Caruvà, le altre due maschere principali
del corteo di Novara di Sicilia erano quelle del Cínníraru e della Cinnírara
(Vecchi),
ovvero una coppia di anziani, che dava vita lungo la sfilata cárnevalesca ad una
divertente azione rituale. La vecchia, malmessa, avvolta in scialli, portava una vistosa
gobba posticcia ricolma di cenere, cinní, il vecchio, dall'aspetto altrettanto
pauroso e poco rassicurante, teneva sulle spalle una bisaccia, i bertui, rigonfie,
anch'esse di cenere.
Lungo il percorso, u Cínníraru inseguiva quella che,
verosimilmente, era la moglie, dandogliele di santa ragione, replicando così un gesto
rituale di grande valenza, espellere il male dalla comunità, di cui la vecchia era la
raffigurazione simbolica. Con un ramo di ferula, fera, infatti, il vecchio la
colpiva sulla gobba dileggiandola sonoramente per colpe inconfessabili. La Cínnírara tentava
di trovare rifugio tra gli spettatori sorpresi e divertiti che, puntualmente, però, si
ritrovavano nel bel mezzo della lite. Essi venivano sommersi da abbondanti manciate di
cenere che schizzavano fuori dalla gobba o che venivano lanciate a piene mani dal Cínníraru,
tra grida di imprecazione e un fuggi fuggi generale, nel tentativo estremo di schivare
l'improvvisa e sgradita pioggia di cenere.
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