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Salice

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La parola, affidata ai versi graffianti e ironici, ovvero i Parti di Carnalivari dei poeti, e le terzine di sberleffo, intonate dai cantori a ciuri di pipi, modellava un singolare e poetico linguaggio carnevalesco che esaltava, spesso, un mondo alla rovescia capace di liberare, nella licenza verbale trasgressiva, giudizi e sentenze su persone e fatti censurati negli ordinari rapporti sociali.

A Salice, più in particolare, Stefano Celona (chitarrista) e Turiddu Currao (cantore, che intona ancora oggi i versi a ciuri di pipi), ricordano che, in occasione del Carnevale, nel villaggio Peloritano veniva 'mpari Vanni lacittedda di Castanea, valente cantore a ciuri di pipi. Accompagnato da un chitarrista, nel suo tipico costume carnevalesco bianco e la fascia a bandoliera e la meusa (copricapo) rossi, 'mpari Vanni, improvvisava, tra l'allegria generale, terzine esilaranti vantando falsi lodi o satireggiando sui vizi e virtù delle persone che incontrava per strada.

S. Stefano Briga

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Una presenza carnevalesca consueta a S. Stefano Briga era quella dei pueti che cantavano "stornelli su misura... due o tre coppie di poeti estemporanei, vestiti di bianco, elegantissimi, e con, a bandoliera, una fascia di color rosso, giravano il villaggio; uno dei poeti d'ogni coppia sonava la chitarra, l'altro ideava e cantava stornelli in lode di coloro che lo stavano a sentire".

Un saluto garbato, una lode sperticata, una burla, una spacconata. Così spiega Giuseppe Santoro, in un breve ma interessante scritto, i contenuti dei versi carnevaleschi, aggiungendo che ne fanno largo uso oltre che i poeti improvvisati che vanno in giro "per una questua più o meno garbata", anche gli amici e i parenti che si ritrovano in casa a ballare dove "è frequente il caso che qualcuno pizzichi un po' di poesia, improvvisi di questi componimenti che in altri tempi sarebbe impossibile udire.

S. Fratello

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Ad attestare sul territorio della provincia di Messina l'ampia diffusione della pratica carnevalesca del canto, giunge una preziosa testimonianza di Benedetto Rubino, folklorista attivo nei primi decenni del nostro secolo, relativa a S. Fratello. Nel gruppo di maschere, formato da "mestieranti o villani, vestiti nella maniera più buffa, con baffi posticci, con occhiali senza vetro, con zazzeroni di stoppa, dipinto il viso a strisce nere e vermiglie", facevano parte anche un suonatore di chitarra o colascione e un cantore.

Frattanto - scrive Rubino - incomincia il canto intonato da uno della comitiva che ha la pretesa di farla da prima vuci , ed è per lo più l'autore dei versi composti per l'occasione. Alla prima vuci, sostenuta dal primo cantore, si unisce sempre una contravuci cantata sempre in terza, con rimarcata dissonanza, che spicca fra il prolungato accordo vocale (coru d'accumpagnamento).

Ma ciò che tien desta l'attenzione degli astanti non sono le modulazioni del canto, si bene l'argomento dei versi, che varia sempre ogni anno, secondo i gusti del poeta e secondo l'originalità dei fatti offerti dalla cronaca paesana.


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