I cerimoniali carnevaleschi, sia quelli che si svolgevano nel rispetto di uno schema rappresentativo, con la prescrizione di inderogabili azioni comportamentali, sia quelli affidati alla libera improvvisazione individuale o dei gruppi mascherati, avevano luogo, quasi sempre, all'interno di uno spazio sonoro-musicale totalizzante e di particolare incidenza sul piano dei codici linguistici trasgressivi della festa. Ad invadere in maniera massiccia e chiassosa la scena carnevalesca, oltre agli strumenti della musica, con i tipici repertori di festa, c'erano anche oggetti sonori percussivi di ogni genere, ricavati da utensili d'uso comune che, assumevano, specularmente agli uomini, una nuova e temporanea identità. E così, dai suoni inquietanti e parossistici prodotti da brogní o trummi (conchiglie marine), dai bíaturi e mulígni (campane per ovini), e, ancora da quaddare (caldaie), padeddi (padelle), zappuni e marabbeddi (zappe di ogni tipo), percossi freneticamente da bastoni, si giungeva o sonu (temi di ballo), affidato alla zampogna, al tamburello, all'organetto o agli strumenti non propriamente tradizionali, quali violino, chitarra e mandolino, d'uso quasi esclusivo degli artigiani (barbieri, falegnami, fabbri), suonatori, quest'ultimi richiestissimi nelle case dove jarmavanu u sonu, organizzavano le serate da ballo. Nel mondo sonoro-musicale alla rovescia del Carnevale si aggiravano, tuttavia, altri tipici strumenti, con nuove e trasgressive funzioni, quali il tamburo cilindrico a bandoliera - Pitrè ci informa che apriva, fra l'altro, il corteo carnevalesco della Tubbíana o Tubbajana - le scattagnette, i flauti di canna, i triangoli, i marranzaní, i giocattoli sonori, e il buffo e irriverente tamburo a frizione, caccamella, di esclusivo uso carnevalesco. Questo singolare idiofono, ci informa Pitrè, si compone di una pentola di latta, sulla cui bocca si tende la pelle di una vescica di bue o un foglio di spessa pergamena, nel centro del quale, forato, un pezzo di legno bagnato (di canna più frequentemente n.d.c.), stretto fortemente dalla mano della maschera, con un movimento di va e vieni, produce un suono cupo e profondo. Immancabile era poi, soprattutto nei villaggi rurali dell'area Peloritana, la partecipazione estemporanea nei cerimoniali carnevaleschi del cantore a cíurí dí pípi, (Poeti e Cantori) tipica ed esclusiva figura musicale- verbale della festa. In abito obbligato bianco, spesso con una fascia rossa a bandoliera o altri accessori colorati, e l'immancabile meusa (tipico copricapo di orbace ), il cantore a ciurí dí pipí, accompagnandosi ad un suonatore di chitarra, o strimpellando egli stesso sullo strumento, intonava per strada, ai suoi occasionali "clienti" sperticati e improbabili versi di lode o, più esplicitamente, versi irriverenti e di sberleffo, chiedendo alla fine della sua esibizione un'offerta, nel caso in cui il malcapitato non riusciva a replicare con l'uso dello stesso codice linguistico-verbale, ovvero con le irresistibili terzine carnevalesche, di cui il cantore a cíurí dí pipi era un insuperabile inteprete per la cadenza, l'accentívu, la comica e la straordinaria invenzione poetica. Il ricorso a suoni parossistici era soprattutto frequente nelle azioni carnevalesche che vedevano protagoniste maschere di uomini selvatici, assumendo così delle valenze fortemente simboliche, quasi a voler evocare un caos primordiale. Tra le figure carnevalesche sonore di questo tipo ricordiamo quelle dei Picurari (Antillo, Galati Mamertino) e di Caruvà (Novara di Sicilia), che per le referenze sonore si affidavano a campanacci di vario formato legati ai fianchi o fissate attorno alle gambe e al collo, per annunciare il loro arrivo e le aggressioni rituali di cui si facevano protagoniste. L'unica sopravvivenza sonora carnevalesca di questo tipo giunta fino a noi, dalle forti connotazioni simbolico-rituali, è quella relativa al corteo dell'Orso e della Corte principesca di Saponara. La maschera principale, quella dell'Orso, richiamandosi ai suoi più remoti predecessori, esibisce, legati ai fianchi, un consistente numero di campanacci destinati solitamente agli ovini (tre muligní e tre bíaturi). La loro funzione rituale è evidente- segnalare il passaggio dei pauroso animale e le sue improvvise e temute aggressioni alle donne. Un gruppo di suonatori di brogní o trummí (grosse conchiglie marine prive dell'apice) amplifica il parossismo sonoro dell'azione rituale eseguendo un tema percussivo (un ostinato in tempo binario, suddiviso in due frammenti), accompagnato isoritmicamente dai battiti di uno o due tamburi di banda (rullanti). |