
Scomparsa dalla pratica
strumentale attiva nei primi decenni del nostro secolo, sull'uso della bifira si hanno
indicazioni dalle fonti bibliografiche a partire dal Seicento. Aerofono ad ancia doppia,
lo strumento veniva suonato, avvalendosi solitamente dell'accompagnamento ritmico del
tamburo cilindrico, in occasione di cerimonie religiose, più in particolare processioni e
solenni ricorrenze civili. L'unico esemplare di bifara è quello di S. Marco d'Alunzio,
appartenuto a Paolo Provenzale, presumibilmente ultimo suonatore dell'intera provincia di
Messina. Lo strumento è organologicamente da assimilare agli oboi semplici ad ancia
doppia diffusa in tutto il bacino meridionale del Mediterraneo. La sua canna, dal profilo
esterno leggermente conico, con un padiglione terminale molto scampanato, presenta otto
fori digitali anteriori, di cui gli ultimi due in basso sono decentrati rispetto all'asse
centrale, uno posteriore alto, e due sfiatatoi sui bordi superiori del padiglione
terminale. Lo strumento monta un'ancia doppia alla base della quale, nel punto d'innesto
con il condotto di rame, si trova una rondella poggilabbra caratteristica degli oboi
nord-africani.