
Nella
pratica strumentale del Messinese, il ricorso al tamburello come supporto ritmico è
ancora oggi piuttosto frequente. Lo si trova quasi sempre a fianco della zampogna, del
flauto diritto di canna e dell'organetto. A suonarlo la tradizione vuole che siano non
solo gli uomini ma anche le donne. Anzi erano le donne in passato a suonarlo con più
abilità, riuscendo perfino ad accompagnare il canto a più voci, come nel caso della
festa del Muzzuni ad Alcara Li Fusi, o a tenere u sonu da ballu. A Messina, soprattutto
nei quartieri periferici, fino a circa trent'anni fa, c'erano almeno una dozzina di
costruttori-artigiani di tamburelli. Per vendere i loro strumenti andavano spesso anche
fuori città, aggiungendosi ai tanti venditori ambulanti che affollavano le feste
patronali. Nelle realtà rurali, invece, spesso gli strumenti si ricavavono dagli stacci,
sostituendo la retina metallica con pelle di capretto, di cane o addirittura di asino), e
praticando poi, attorno alla cornice, gli alloggi per fissare i piattini metallici.